E tu sei il numero:

mercoledì 8 maggio 2019

Parto naturale. Vi racconto il mio: facile, emozionante, supportato.

Una settimana fa, mi si sono rotte le acque. E lì è iniziato tutto.
In questi sei giorni mi è stato chiesto, naturalmente, più volte come fosse stato il mio parto. Depurando il pensiero dal normale dolore fisico che ho provato, l'ho definito: un'esperienza animalesca e liberatoria, emozionante e catartica.
Per nove mesi la paura di un cesareo o di un parto prematuro ci ha accompagnati. E invece Antonio, non solo ha raggiunto il termine, l'ha anche superato di otto giorni. Quarantuno settimane di gestazione: al limite dell'equino, in pratica. Poi martedì scorso, svegliarsi con l'idea di un'inspiegabile incontinenza: mi sono pisciata sotto, ho pensato. Invece no, con un asciugamano tra le gambe ho corso per casa, ridendo, per un'ora intera, felice che finalmente fosse arrivato il momento. Un'ora in cui ho fatto una doccia, ho messo il profumo e mi sono pettinata, e Gabriele anche, prima di andare al San Giovanni di Dio. Cinque piani a piedi, perché gli ascensori dell'ospedale non sembrano mai sicuri (non lo sono). E se partorisco sola in ascensore? Mezzo metro per mezzo metro? Su per le scale, dai. Ventiquattr'ore dopo le contrazioni, indotte con gel perché da sole non sono mai arrivate, e il dolore più intenso mai provato in ventinove anni. Badate bene, non a caso ho scelto di definirlo intenso, invece che il peggiore, perché, di fatto, è stato il migliore.
Pause di respiro di pochi minuti, sempre meno, e la schiena che sembra volersi aprire, lo stomaco venire fuori su per la gola, il pensiero costante che un essere umano, là dentro, sta lottando con Madre Natura per rompere le catene e abbandonare la piscina più stretta in cui nuoterà mai. Una guerra appassionata con e per la vita, il bisogno primordiale di spingere e lacerare le barriere di una morbidissima prigione. Vedere la luce e aggrapparsi con ogni forza a quello spiraglio, che è un anfratto di mamma, ma è una trasformazione, un nuovo inizio, anzi: l'inizio. Nel frattempo, fuori, io respiravo e urlavo, ma al contempo godevo di quello strazio che mi avrebbe condotto da mio figlio, come un braccio di ferro d'amore, per il quale la donna è stata perfettamente creata: macchina generativa ed orologio preciso di sensazioni ed istinti.
Le spinte. E la mano di Gabriele, verde in viso, sotto la mia testa, le sue carezze, i suoi baci sulla mia fronte bagnata, nello sforzo di regalargli un figlio.
«Fai la cacca, Valentina!»
Così consigliava il dottore, per spiegarmi la spinta. Trattieni il respiro, non urlare, senti il dolore e trasformalo in forza. Poi la spinta finale, quella giusta, indomabile e stremata, l'apice di un piacere che solo mettere al mondo una vita può regalare. Che beatitudine, che fortuna, che privilegio ho avuto.
Del parto si pensa che sia solo doloroso, ma è vero: il dolore si scorda, se lo si attraversa, lo si gusta, lo si decifra nel suo senso più puro: c'è Dio in quello sforzo, c'è tutta la creazione dell'Universo, tutta la perfezione di ciò che lui ha pensato e fatto.
Dio, amore, natura e forza: un miracolo attraversa il mio corpo, semplice mezzo, come una scossa elettrica, da capo a piedi, e si fa persona, si fa carne. Come può tutto questo mistico furore essere ricordato solo per il dolore fisico?
Dare alla luce Antonio, vederlo sul mio petto ancora sporco di sangue e resti del mio corpo, abbracciato dal mio grembo ancora per poco, e benedire quel cordone che per mesi l'ha nutrito, tramite la mia stessa nutrizione, è una cosa che ancora mi sconvolge di gioia. E che vorrei ripetere altre due, tre, dieci volte, perché il momento in cui sono diventata madre è stato l'unico in cui ho potuto vedere la perfezione divina agire in me, tramite me.
Per tutto questo, per la salute e la positività con cui ho affrontato l'attimo e ne conservo un così bel ricordo, è giusto che io ringrazi tutti gli Infermieri, le Ostetriche e i Medici del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, in particolare la dottoressa che ha permesso che Antonio crescesse sano e forte all'interno di un grembo materno scomodo, ma imprevedibilmente gagliardo, Daniela Ouatu.
Troppe volte ci soffermiamo a criticare questa struttura per la decadenza strutturale e igienica che presenta, tralasciando il capitale umano che vi opera con passione e maestria. Con professionalità.
A tutte le mamme in attesa: vi auguro di partorire così come io ho potuto, entrando con gioia in una stanza dove il tempo si è fermato, accecata dagli spasmi naturali, ma ricoperta di luce, e dalla quale sono uscita sorridendo, col mio gioiello più prezioso tra le braccia.

sabato 29 settembre 2018

Se sei mamma, scordati di fare la cacca.

Nel Manuale delle Piccole Mamme che tutti si premurano di stilare per te quando sei in dolce attesa, nessuno inserisce mai le regole del quotidiano. Quelle cose piccole ma importanti, che richiedono più di qualche minuto durante la giornata.
Quando nasce un bambino la routine della sua mamma viene completamente annientata. Un bombardamento di rigurgiti e coliche, sopra una città emozionale devastata. Ridotta in macerie, l'intimità di una donna lotta per ripristinarsi, aggrappandosi alle pause tra una poppata e l'altra, in cui ci si guarda allo specchio e si scoprono peli sul mento e capelli crespi, puliti ma privi di piega da settimane.Due sono i momenti della mia daily routine che l'arrivo di bomba-Antonio ha scardinato: la colazione (che comprende anche la regolare fisiologia dell'intestino e la doccia), e l'attimo social/lettura prima di dormire la sera. Antonio è uno di quei bambini furbi che crolla in braccio alla mamma, e che quando viene riposto nella culla attiva una sirena che, a nostro beneficio, potremmo anche affittare alle forze dell'ordine se la loro va fuori uso.

In questi giorni penso spesso a Chiara Ferragni e a suo figlio Leone, il bambino più sorridente e fotogenico dell'intero internet. Mi sono a lungo chiesta come facesse l'imprenditrice digitale più blonde e più salad del globo, ad essere sempre così rilassata e curata. Oltre naturalmente ad aver un team di truccoparrucco al seguito perenne, dico: ma questo bimbo una colica non ce l'ha? La ciclicità della poppata ogni tre ore, a te è sfuggita? Senti mai le ascelle che olezzano di cipolla fritta perché non hai avuto il tempo di lavartele per più di dodici ore? La risposta è no, perché lei ha la tata: io qualche volta gliela invidio, ma in realtà no per niente. La tata che annaca, la tata che allatta, la tata che raccoglie palline marroni dal pannolino, la tata che cambia la tutina ad ogni fiotto di latte. E lo fa per lavoro, ama un figlio altrui guadagnando anche - immagino - una cifra di tutto rispetto, e alla fine - se è una brava cristiana - comincio ad amarlo come un nipote vero, come succede a tutte le tate di buon cuore. A Chiara non resta altro che mettere in vetrina l'estrema pupezza del suo bimbo che, onestamente, è davvero bello come pochi, e farci le storie con Fedez e il cane: è una mamma che lavora tanto, spesso lontano da casa, non è che abbia molta scelta, penso. E dietro le griffe importanti dei bavaglini mai sporchi di latte, trovo che sia un po' triste.
Poi c'è la vita reale, cioè la mia, che la notte mi alzo con gli occhi sigillati dalle caccole e i piedi scalzi che puntualmente pestano le pipì di Zenzero negli angoli della stanza. Priva di vista e cognizione alcuna, riscaldo l'acqua nel microonde, perché è più veloce, mentre Antonio urla come un agnellino sgozzato in camera da letto, e mi mette più ansia del Bianconiglio ad Alice. C'è da sbrigarsi, l'ora X è scoccata da mezzo minuto, ma il pancino non può attendere, e quindi ciao scaldabiberon sei davvero troppo lento per i nostri standard di sclero. Poi c'è il ruttino, la passeggiata digestiva e il pianto polemico del Perché mi stai posando stronza ma chi ti ha autorizzato?
Io non so quale effetto ipnotico abbia il fasciatoio, ma per adesso sembra essere l'unico antidoto agli scazzi notturni di Antonio. Pianto disperato? Fasciatoio. Coliche gassose? Fasciatoio. Forse il legno con cui è prodotto il fasciatoio dev'essere intriso di qualche oppiaceo a rilascio graduale, altrimenti non si spiega. In alcuni momenti mi porterei il fasciatoio in giro per casa, se non fosse che sotto ha tre cassetti pieni di roba che da un giorno all'altro non gli viene già più. E quando scappa da andare in bagno, e sei una mamma stitica che se perde il treno lo ritrova dopo una settimana minimo, devi saltare su, non devi perdere tempo. Se sta dormendo, sei graziata dalla luce divina. Se non sta dormendo, piazzi il baby monitor sul bordo della vasca da bagno, con la speranza che non si accenda mai la lucina rossa che rileva presenze sonore aliene nella camera del pupo. Se le rileva devi scattare, lavarti di corsa, accontentarti di esserti liberata ma solo a metà, con quella soddisfazione incompleta di chi ha mangiato le Fonzies ma non si è leccato le dita: godere di meno per godere tutti.Va così il mio primo mese con lui, pieno di momenti in cui crollo e piango, soprattutto da sola, e mi chiedo se questa stanchezza e bisogno di fermarmi un attimo non siano un'irresponsabile falla nel mio ruolo di mamma. Mi sento in colpa, una madre inadeguata, se per un attimo il suo pianto diventa un rumore bianco, mentre cerco di battere il Guinness World Record di secondi impiegati per rimestare il latte in polvere dentro l'acqua bollente. Però c'è quel momento, solo nostro e non replicabile, in cui mi guarda dritto negli occhi, e ha la testa appoggiata sul mio seno, in cui tutto sembra avere una spiegazione chiara, perfino migliore di quella che hanno provato a darti prima che nascesse, snocciolando tutti i massimi sistemi della maternità, cercando di insegnartela. C'è lui, ed è l'unico che davvero può chiarirti ciò che devi fare, quale paziente vocazione serva per fare tutto con estrema calma, senz'alcun peso, senza sentire più la stanchezza o la fame, e imparando - col tempo - a gestire il tuo tempo senza sentir l'ossigeno venir meno. C'è questa cosa tra me e lui, che va oltre la bellezza e le regole comuni sull'amore che fino ad ora avevo sperimentato: lui è venuto da me, tramite me, e io sono qua per lui, in maniera totale e completa, senza limiti di tempo e spazio, perché è un prolungamento del mio stesso corpo, e aggiunta liquida al mio stesso sangue. Come posso spiegarlo? Di questo nostro legame, si può raccontare solo la superficie, la crosta fatta di abbraccio, di un bacio, di mille coccole, ma non basta. C'è un valore intrinseco nel rapporto tra madre e figlio, che la carne sola percepisce e decifra, arrendendosi al tentativo di definirsi con le parole. Questa cosa primordiale, la sappiamo solo tu ed io.
E' da quasi un mese che hai cambiato il corso degli eventi, ed io lavo e stiro e scrivo sempre meno, ma chi se ne frega. Chi se ne frega: che restino sgualciti i colletti e vuote le righe. C'è questo miracolo che si compie ogni ora, e che mi abbraccia inconsapevole, cercando invano un capezzolo che non ha potuto nutrirlo, e mi comunica la fame e il bisogno d'amore, che a un bambino può arrivare solo dal canale suo, il canale giusto, quello semplice e piccolo del contatto, della presenza. Del calore materno.
Allora io l'accetto questa sfida, e la prendo come un privilegio, un trofeo che ho tanto atteso, l'esserti mamma. Non me la ricordo neanche più la mia vita prima di te. Chissà com'era, di certo vuota, parecchio noiosa. E no, neppure fare la cacca di corsa, o farmi la doccia di notte è un problema, adesso che ho imparato.
E' l'ora del latte, corro.

giovedì 21 giugno 2018

La maturità di Gabriele.

Mentre scrivo, Gabriele sta sostenendo la seconda prova scritta dell'Esame di Maturità.
Un anno fa è tornato a casa da lavoro e mi ha detto: mi voglio diplomare. E adesso lo sta facendo.
Gabriele è un tipo sveglio, di quelli sgamati, che non ha bisogno di applicarsi tanto per imparare qualcosa: lui osserva, ascolta e dopo un minuto replica, e anche bene. Però ha scelto di lavorare, da sempre, imparando un mestiere faticoso ma che lo affascina, lo appaga in un modo ai miei occhi misterioso, ma che lui sa.
Il mese scorso mi ha mostrato fiero la foto di un cappuccino, con la schiuma ch'era una nuvola perfetta. Io, abituata ai suoi cappuccini che sono tutti delle nuvole perfette, non mi sono stupita. Gli ho chiesto: e allora?
Mi ha risposto: è latte di soia, amo! Capisci? E' difficilissimo far montare così il latte di soia!
E allora sono stata felice anche io, per il suo cappuccino con latte di soia, montato a nuvola.
«Lo faccio per diminuire il gap culturale tra me e la mia compagna», ha spiegato al dottore che mi stava prescrivendo le analisi del mese. E allora abbiamo riso, tutti e tre. Ma io ridevo perché, onestamente, sono più le cose che lui ha insegnato a me in questi anni, che viceversa. Gabriele è sempre stato per me un esempio, un punto d'arrivo e l'altra sera ad una degustazione di vini, parlando con un sommelier, mi ha fatta impallidire di vergogna. Enumerava cantine, etichette ed annate, con una sicurezza appassionata e un entusiasmo che - credo - di non provare per nulla di specifico, nella mia vita. Invece lui ama, scava, studia l'intimità di ogni segreto che riguardi una tazza, un calice, un piatto e un bicchier d'acqua: come fanno i professionisti, che stanno in silenzio, non si celebrano, e intanto ascoltano, annusano, assaggiano, sbagliano, apprendono di continuo.
Ha scelto un mestiere e adesso anche il diploma, celebre pezzo di carta, che pure non mi pare sufficiente a testimoniare la sua cultura su un universo infinito di cose sulle quali mi rinfresca spesso la memoria, nonostante io le abbia imparate ben sei volte in sei diversi esami di storia all'Università. Sono così piena d'orgoglio, se penso poi che finita questa mattinata a scuola, tornerà a casa per un piatto di pasta super veloce, vestirà la sua divisa da lavoro e inizierà il suo turno, fino a questa notte.
In un mondo di ragazzini viziati che vedono i libri come una condanna invece che come la libertà, e di lavoratori perennemente stanchi e lamentosi, questo padre di mio figlio mi pare un eroe sorridente, che non bofonchia mai, e fino a tarda notte resiste sveglio ai miei racconti, alla mia necessità di parlare, per non pensare al parto. E che parla inglese perché l'ha imparato servendo pasta con le vongole e caffè macchiato ai turisti americani, e mi stupisce sempre per la tenacia e la caparbietà con cui attraversa le sfide.
Gabriele non mi ha mai detto: sono stanco, lasciami stare.
E non ha mai lasciato che i piatti sporchi restassero sporchi per più di un giorno, quando non potevo alzarmi dal letto.
E la sveglia alle quattro, tutte le mattine, non la maledice mai: è il nostro pane, dice.
E sarà l'esempio migliore del mondo per il nostro Antonio, che spero gli somigli almeno un po', e non prenda da me l'incostanza latente che ogni tanto m'acchiappa.
In bocca al lupo papi, siamo tanto fieri di te.

martedì 12 giugno 2018

Ventinove settimane.

Letto, aria condizionata e patatine light.
Inizia così la settimana numero ventinove, che è parente di trenta, e comincia a piacerci.
In quasi otto mesi di gravidanza, passati perlopiù ad analizzare la fauna delle mamme pancine nei vari gruppi Facebook cui sono iscritta - più per diletto, che per reale necessità - sono arrivata a delle conclusioni, che rappresentano un dato interessante, a mio modesto parere.
Perché, perché, solo l'1% delle donne che postano roba su questi gruppi, riesce a scrivere correttamente la parola «cesareo», soppiantata da una quanto mai ricorrente e ormai ampiamente tollerata «cesario»? Gli strafalcioni più quotati poi riguardano: le contrazioni di Braxton-Hicks, la culletta Next to me, il massaggio perineale e tanta altra roba, che andarla a ricercare è un lavoro.
Ogni tanto mi interrogo su che madre sarò. Fare adesso una lista programmatica delle cose da fare/non fare è del tutto inutile: troppe componenti ignote. Sarà l'istinto a dirti ciò che è giusto, mi dicono, l'amore. Eppure è così facile sbagliare, anche per un genitore che ama tanto. Però le vedo le cose che non mi piacciono negli altri genitori, e quella che in assoluto mi manda più in bestia è il voler accelerare i processi di crescita dei bambini, come se nascere e diventare già grandi, saltando gli step della beata incoscienza puerile, fosse un vanto. Chi ha il figlio più precoce, vince.
Mia figlia ha sette mesi e già si sceglie i vestiti da sola: io non comando. (Sorrisetto compiaciuto)
Mio figlio ha 14 mesi e ha già tre fidanzate. (Ipercompiaciuto)
Mia figlia ha 72 giorni e già suo padre se la mette in braccio quando guida, e lei gira lo sterzo. (Minchia, che brava)
E tanta altra roba di questo tipo, che se riguardasse gli elogi verso reali sviluppi psico-cognitivi del bambino, chapeau, ma niente di tutto questo riguarda la vita di chi sa appena parlare: i vestiti, il fidanzato, la macchina e - non plus ultra - le fotografie di genitori prìati (che vuol dire sempre compiaciuti) che ficcano in bocca ai figli neonati sigarette spente, così per ridere e per fargli vedere poi da grandi quant'erano scapestrati da piccolini, mi danno l'orticaria. Fategli fare i bambini.
Ma che ne sapete voi, di quanto possa stare sul cazzo a un bambino la domanda: e la fidanzatina ce l'hai?
Chiedetegli se gli piace il mare, se ha un animale domestico e quanto gli vuole bene, se vuole un altro biscotto, non se desidera l'ultimo completo di Pignatelli per il giorno delle sue imminenti nozze.
Detto questo, io non lo so Antonio come sarà. E quanti errori farò, peggiori di quelli su elencati, senza neanche rendermene conto.
Il suo carattere non dipende da me e neppure da suo padre, ma la sua educazione sì, e vorrei tanto essere una madre migliore di quelle che lasciano i figli scorrazzare liberi, indisturbati e urlanti, fra le gambe dei camerieri, il sabato sera al ristorante. Mentre loro si fanno i selfie con le amiche. A quanto pare, non esiste una via di mezzo tra il fargli pulire i pavimenti con la testa e rincoglionirli piazzandogli sotto il naso YouTube. Ma è vero?
Dicono che poi capirò.
Ma io, al ristorante, pure da ninnella, pensavo solo a mangiare.
Risotto spinaci e gamberetti era il mio preferito, in un posto in cui andavamo spesso. Chi se ne fotteva del fidanzatino, della piscina, di non sporcarmi la camicina: la gargia era già tutto.
E spero che Antonio sia così: sveglio e gargiuto, anche monello ma non il più monello, e che sia bambino per tutto il tempo della sua bambinezza, che a diventare grandi si diventa solo più annoiati.
Poi, se nasce col «cesario», ve lo faccio sapere.

lunedì 28 maggio 2018

Amore a bordo - Lettera #5

Lettera #5
Mi avevano detto tante cose, una su tutte: la gravidanza è un'altalena.
Certe mattine mi sveglio come un leone, altre - tipo oggi - con zero energie. Quante cose devo fare, ma quante! Tutte le tue robine sono già lavate e pronte per il borsone. Settimo mese, valigia pronta: ho scoperto essere un mantra. Le nonne fremono, corrono a destra a manca, con l'ammorbidente in una mano e il ferro da stiro nell'altra. Io, invece, ho iniziato a sognarti la notte; sicuramente sarai biondo-rosso come papà.
Ho comprato una nuova agenda.
La scorsa settimana abbiamo realizzato una nuova intervista per chetiracconto.it, devo aggiustare il pezzo e mettermi davvero a lavoro per trovare una spalla per i prossimi mesi, qualcuno che scriva, prenda i contatti, lavori nel team insieme a noi, mentre io sarò occupata a farti uscire e poi a renderti felice. E poi c'è Balarm, ed io sempre alla ricerca di storie nuove da raccontare: come fanno a nascondersi così bene? Ci piace fare tutto, le cose che ci rendono felici, non riusciamo a smettere.
Ma tu scalci e forse vorresti solo dirmi: mamma, dormiamo abbracciati. Anche se di dormire non ne vuoi sapere, non sei come Zenzero che, ad esempio, in questo momento sta ronfando sotto al letto.
La scorsa settimana, una persona mi ha comunicato di esserci rimasta male perché non l'ho presa in considerazione per un progetto; un'altra perché non mi ero fatta sentire; e un'altra perché non ci vediamo mai. Io mi scuso, ma mi viene da ridere: forse ogni tanto sfugge questo particolare piccolo, che sto per diventare madre, ed è già tanto se mi ricordo di depilarmi. Ma giusto perché potremmo dover scappare da un momento all'altro. Non me ne frego mai, quando la gente s'offende: a me dispiace, ma adesso è il momento di pensare a noi, staccare i telefoni, rispondere a chi ci va, non provare a risolvere i problemi altrui. Come ho sempre fatto.
Sette mesi, valigia quasi pronta, pazienza col mondo quasi finita. Tu, io, papà e Zenzero: sono cattiva se penso a questo, come unico quadrilatero possibile dell'amore?
Mercoledì verremo a vederti, che sorrisi mi dai, e che ansie. Voglio solo tu stia bene, ché neppure immagini che festa ti aspetta, figlio mio. Miracolo nostro.
La tua mamma.

giovedì 17 maggio 2018

Aspettando Antonio in compagnia di Zenzero: la mia gravidanza con un figlio chihuahua

E' necessario dire che lui l'aveva capito prima di tutti e che, in effetti, non avendolo scoperto col classico test di gravidanza, possiamo considerare che il mio primo test positivo è stato il mio cane.

Non ho vissuto il momento (tanto sognato) dell'uscire dal cesso con l'astuccio con le beate due linee rosa da sbattere in faccia a Gabriele, perché - come già raccontato nelle puntate precedenti - Antonio è venuto fuori direttamente dall'ecografia, coi suoi 17 millimetri di vita pulsante.
Tutto ciò che è avvenuto nelle settimane prima, era stato decifrato come una banale influenza, durante la quale Zenzero, curiosamente, aveva iniziato a dormire con la testa poggiata sulla mia pancia.
Ma facciamo un passo indietro.
Dal giorno in cui è diventato figlio nostro, lui dorme nel lettone, cosa che continua tutt'oggi a fare, rigorosamente abbracciato alla sua mamma, che sono io. Il suo angolino è all'altezza della mia ascella, che riempie con meticolosa precisione, col suo capino bicolore, tutte le notti. In inverno ha l'abitudine di scavare con la zampina sul piumone, per lasciarmi intendere: tiralo su, che sento freddo e voglio andare là sotto a riscaldarti i piedi. Io lo faccio e dormiamo felici: io coi piedi caldi, e lui avvinghiato a me.
Da quando ho iniziato ad avere i sintomi di ciò che poi si è rivelato una gravidanza, al momento della nanna, Zenzi ha mutato la consuetudine: sotto al piumone ci va per abbracciare la mia pancia, custodirla e proteggerla. E adesso, inevitabilmente, per sentire i calci di Antonio, che cominciano a vedersi anche da fuori. Il mio bambino peloso si diverte, ma si scazza assai quando qualcuno prova ad avvicinarsi a me, ad abbracciarmi, a darmi una carezza, a introdursi in casa nostra amichevolmente. E' il mio bodyguard chihuahua e, in quanto tale, il suo mestiere è quello di proteggermi da ogni eventuale minaccia per me e suo fratello. Siamo Kevin Costner e Whitney Houston, in pratica

Solo Gabriele (e neanche tutti i giorni) ha diritto a:
- n.1 bacio su guancia di mamma;
- n.2 abbracci, distribuiti nell'arco della giornata con intervalli di almeno sei ore;
- n.2 pasti consumati insieme, a patto che lui, sotto al tavolo, possa beneficiare di pane e avanzi di pollo.

La cameretta di Antonio, invece, è luogo di ricognizione quotidiana: quando apro la porta per rivedere la lista di ciò che ho e ciò che manca, Zenzero si infila sotto al letto, annusa il fasciatoio e verifica che i vestitini siano realizzati con la qualità migliore di cotone presente al mondo. Come? Annusandoli, ovviamente. Uno starnuto vuol dire ok, due starnuti buttalo che fa schifo.
Certo, è cambiato il modo di gestire la questione pipì e popò canina: bagnetti, e chili di salviettine imbevute per ripulire le zampine ogni volta che esce in balcone o fa una passeggiata, musino sempre lindo e perfetto, e guanti in lattice per buttare via la traversina assorbente. Siamo innamorati ma non sprovveduti, e sappiamo che applicare le dovute cautele igieniche alla convivenza col nostro cagnolino, significa essere genitori responsabili che non vogliono correre rischi inutili per la gravidanza. Ma questa è la sua casa, e tale resterà, fino a che il buon Dio mi darà il privilegio di vivere con lui, e coccolarlo in dosi massicce.
Adesso, che la panza cresce, e la notte va spesso in bianco, lui non dorme, veglia con me. Fedele compagno nell'insonnia e negli attacchi di narcolessia post-prandiali che mi acchiappano ferocemente: russa come un uomo fatto e finito, ma scatta come un felino quando recito la sua preghiera preferita: ho fame Zenzi, andiamo a mangiare.
Anche i miei break sulla sdraio, tra un lavoro e l'altro, sono puntualmente controllati dal mio cucciolo: mangio lo yogurt e gli lascio leccare il barattolo alla fine, guardiamo il Grande Fratello (e un po' ce ne vergogniamo), la frutta un morso io e uno lui, e poi ci rituffiamo nel lettone. Quando Gabriele è a lavoro, lui si distende al suo posto e mi fissa nel gli occhi, fino a quando non crolliamo. Ogni colpo di tosse, starnuto o conato di vomito, lo allarma: per i primi quattro mesi, quando le nausee mi sfinivano e tenevano legata al water, lui non mi ha mollata mai neanche un minuto. Zenzero si sedeva ai miei piedi, e quando mi vedeva star troppo male, correva ad abbaiare a Gabriele o in prossimità della scala del condominio, perché qualcuno venisse in mio soccorso. E' mio figlio, anche lui.
E l'altro giorno, quando pensavamo al tappetone di gommapiuma su cui piazzeremo la palestrina per il bimbo, li abbiamo immaginati insieme - come dal primo giorno - a farsi le coccole. Antonio che gli tira la coda, e Zenzero che gli ruba la merenda. Il più bel regalo che potremo fare a nostro figlio, sarà un fratello chihuahua, con cui crescere e imparare a camminare, ad amare gli animali e ad averne rispetto sempre, amandoli come persone. Sarà ricco di quest'amore unico e irripetibile e, si spera, lo coltiverà con altri cuccioli nella sua vita. Da grande poi gli racconterò di come suo fratello Zenzi aveva capito tutto prima di mamma e papà, e già lo amava da morire.
E lo proteggeva dal mondo.

domenica 1 aprile 2018

Risorgere.

Sei arrivato quando stavo per raschiare il fondo delle mie energie.
La perdita del papà di Gabri, brutte notizie per il mio, il trasloco, le partenze, le distanze, la fine di un lavoro che mi ero sudata e in cui avevo creduto e dentro il quale, alla fine, non mi riconoscevo più. Tutto in due soli mesi: da agosto ad ottobre.
Avevo perso ciò che comunemente si definisce: pace interiore.
Sapevo che per ripartire, sarei dovuta tornare indietro, fare qualche passo verso la passione che non mi ha mai tradito o lasciato sola: la scrittura.
Un giorno Marcello mi ha telefonato, invitandomi a casa sua insieme ad altri quattro, che tu adesso conosci bene coi nomi di: zia Chiara, zio Fulvio, zio Mattia. E naturalmente zio Marcello. Da quell'incontro sarebbero iniziati cinque mesi di lavoro fittissimo, per dare vita a chetiracconto.it
Poi le nausee, i giorni a letto, la spossatezza: è virus, non è virus, è gastrite, e le pillole, le iniezioni. Invece eri solo tu, per fortuna. Così, dal giorno che ti conosco, mi pare che nessuno mi conosca meglio di te: dall'interno mi hai vista vestire ogni gamma del mio umore. Dalla mia pancia, hai sentito la mia rabbia, la delusione, la gioia, e la commozione. Ecco, da quando ti conosco mi commuovo più spesso, e i cartoni animati con cani e/o bambini sono un vero strazio d'amore per me. Con la tua esistenza lunga venti centimetri, hai preso tutti i lati peggiori del mio carattere e li hai annientati, ovattandomi dalle sensazioni negative e filtrandole col tuo cuore, prima che arrivassero al mio. Un figlio ti cambia, ho sentito ripetere per tutta la vita. Sulla fiducia ci credevo, ma non sapevo che potesse iniziare a farlo ancora prima di nascere.
Sei la mia Pace.
E quindi, anche la mia Pasqua.
Perché smorzi tutte le cose che mi montano in pancia, quando vorrei perdere la testa o rispondere alle parole con altrettante parole: tu mi hai regalato il silenzio. Non quello di chi si arrende, ma quello di chi riesce a planare sopra gli eventi, gli sbagli, le piccole cose stupide, sopra il poco valore. Come ho fatto a non vivere così, prima di te? Come ho fatto a non immaginare quanto bene si sta, a fluttuare leggeri, rispondendo all'ignoranza e alla cattiveria, solo con una dose di spiazzante amore?
Sei il mio Salvatore.
Ed è questo il più grande privilegio dell'esserti madre: averti ricevuto come un dono, non quand'è festa, ma per portare una festa.
E in quest'uovo che è la mia pancia, tu balli le musiche dei bambini furbetti, che spero non somiglino affatto a ritmi latino-americani che ascolta tuo padre a casa.
Di me, Antonio mio, ti dirò - in tutta sincerità - che non ho voglia di far telefonate o mandare messaggi di auguri che io non senta di dover fare col cuore. Non sono mai stata una brava attrice.
Una Santa Pasqua arrivi con più forza dove Dio vede famiglie disgregate e lontane, parole sottaciute, rabbia repressa, invidie immotivate e giudizi perentori, tradimenti e livori che avvelenano di inutilità. Tutta robaccia che non vedrai mai, da dove ti trovi e neanche quando ne sarai fuori, in tua madre e in tuo padre. Nella tua casa vedrai solo l'amore che ti ha portato, e che tu stesso arrivando hai moltiplicato.
Che sia una Santa Pasqua anche per tutti voi.
Il Sacrificio della Croce, che ogni giorno sperimentiamo in piccola parte con chiodi di diversa misura, ci dia un motivo in più per sopportare ed uscire migliori dalle nostre sofferenze. Provati ma forti, pronti a tutto: anche alla felicità. Pensando che nella storia accanto, c'è un dolore più grande del nostro, e neppure lo vediamo, annebbiati dall'egoismo e dalla vanità.
Valentina.