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mercoledì 8 maggio 2019

Parto naturale. Vi racconto il mio: facile, emozionante, supportato.

Una settimana fa, mi si sono rotte le acque. E lì è iniziato tutto.
In questi sei giorni mi è stato chiesto, naturalmente, più volte come fosse stato il mio parto. Depurando il pensiero dal normale dolore fisico che ho provato, l'ho definito: un'esperienza animalesca e liberatoria, emozionante e catartica.
Per nove mesi la paura di un cesareo o di un parto prematuro ci ha accompagnati. E invece Antonio, non solo ha raggiunto il termine, l'ha anche superato di otto giorni. Quarantuno settimane di gestazione: al limite dell'equino, in pratica. Poi martedì scorso, svegliarsi con l'idea di un'inspiegabile incontinenza: mi sono pisciata sotto, ho pensato. Invece no, con un asciugamano tra le gambe ho corso per casa, ridendo, per un'ora intera, felice che finalmente fosse arrivato il momento. Un'ora in cui ho fatto una doccia, ho messo il profumo e mi sono pettinata, e Gabriele anche, prima di andare al San Giovanni di Dio. Cinque piani a piedi, perché gli ascensori dell'ospedale non sembrano mai sicuri (non lo sono). E se partorisco sola in ascensore? Mezzo metro per mezzo metro? Su per le scale, dai. Ventiquattr'ore dopo le contrazioni, indotte con gel perché da sole non sono mai arrivate, e il dolore più intenso mai provato in ventinove anni. Badate bene, non a caso ho scelto di definirlo intenso, invece che il peggiore, perché, di fatto, è stato il migliore.
Pause di respiro di pochi minuti, sempre meno, e la schiena che sembra volersi aprire, lo stomaco venire fuori su per la gola, il pensiero costante che un essere umano, là dentro, sta lottando con Madre Natura per rompere le catene e abbandonare la piscina più stretta in cui nuoterà mai. Una guerra appassionata con e per la vita, il bisogno primordiale di spingere e lacerare le barriere di una morbidissima prigione. Vedere la luce e aggrapparsi con ogni forza a quello spiraglio, che è un anfratto di mamma, ma è una trasformazione, un nuovo inizio, anzi: l'inizio. Nel frattempo, fuori, io respiravo e urlavo, ma al contempo godevo di quello strazio che mi avrebbe condotto da mio figlio, come un braccio di ferro d'amore, per il quale la donna è stata perfettamente creata: macchina generativa ed orologio preciso di sensazioni ed istinti.
Le spinte. E la mano di Gabriele, verde in viso, sotto la mia testa, le sue carezze, i suoi baci sulla mia fronte bagnata, nello sforzo di regalargli un figlio.
«Fai la cacca, Valentina!»
Così consigliava il dottore, per spiegarmi la spinta. Trattieni il respiro, non urlare, senti il dolore e trasformalo in forza. Poi la spinta finale, quella giusta, indomabile e stremata, l'apice di un piacere che solo mettere al mondo una vita può regalare. Che beatitudine, che fortuna, che privilegio ho avuto.
Del parto si pensa che sia solo doloroso, ma è vero: il dolore si scorda, se lo si attraversa, lo si gusta, lo si decifra nel suo senso più puro: c'è Dio in quello sforzo, c'è tutta la creazione dell'Universo, tutta la perfezione di ciò che lui ha pensato e fatto.
Dio, amore, natura e forza: un miracolo attraversa il mio corpo, semplice mezzo, come una scossa elettrica, da capo a piedi, e si fa persona, si fa carne. Come può tutto questo mistico furore essere ricordato solo per il dolore fisico?
Dare alla luce Antonio, vederlo sul mio petto ancora sporco di sangue e resti del mio corpo, abbracciato dal mio grembo ancora per poco, e benedire quel cordone che per mesi l'ha nutrito, tramite la mia stessa nutrizione, è una cosa che ancora mi sconvolge di gioia. E che vorrei ripetere altre due, tre, dieci volte, perché il momento in cui sono diventata madre è stato l'unico in cui ho potuto vedere la perfezione divina agire in me, tramite me.
Per tutto questo, per la salute e la positività con cui ho affrontato l'attimo e ne conservo un così bel ricordo, è giusto che io ringrazi tutti gli Infermieri, le Ostetriche e i Medici del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, in particolare la dottoressa che ha permesso che Antonio crescesse sano e forte all'interno di un grembo materno scomodo, ma imprevedibilmente gagliardo, Daniela Ouatu.
Troppe volte ci soffermiamo a criticare questa struttura per la decadenza strutturale e igienica che presenta, tralasciando il capitale umano che vi opera con passione e maestria. Con professionalità.
A tutte le mamme in attesa: vi auguro di partorire così come io ho potuto, entrando con gioia in una stanza dove il tempo si è fermato, accecata dagli spasmi naturali, ma ricoperta di luce, e dalla quale sono uscita sorridendo, col mio gioiello più prezioso tra le braccia.