E tu sei il numero:

mercoledì 29 ottobre 2014

Piccole storie di ebola, umanità, fame e amore.

Oggi ero di ritorno da uno dei miei soliti pellegrinaggi al santuario dell'università, come di consueto sull'autobus che ogni mese che passa, inspiegabilmente, costa un euro in più e ha i sedili sempre un po' più sporchi del mese prima e sempre più fruibili del mese a venire. Ero in un limbo molle tra la sonnolenza, la fame, la pipì che mi scappava e il discorso dal tono piuttosto marcato di una matricola di lettere reduce dalla seconda lezione di letterature comparate e con la spasmodica e manifesta convinzione barra volontà di lavorare, in futuro, nel mondo del giornalismo e/o dell'editoria. Già il tedio di rivedermi riflessa in una così aperta manifestazione d'ingenuo sogno giovanile, m'aveva corrosa al punto da ripetere in loop un pezzo di Shakira - finito in download per qualche strana goliardica serata di qualche esame superato fa - poi le vocali aperte e amplificate della signorina matricola m'hanno dato la mazzata finale con l'esclamazione seguente: <cioè ma Frida Kahlo in fin dei conti che ha fatto per diventare famosa? Per il monociglio? E' diventata famosa per un appuntamento saltato dall'estetista? Ma dai!> La testualità delle parole ha polverizzato ogni micro-agglomerato di tolleranza nel mio corpo, lasciando spazio solo ai miei super benedetti Wayfarer neri e una tendina parasole a coprire la schifezza del mondo in formato autobus.
All'aeroporto sale un ragazzo alto, molto alto, e di colore. Parla al cellulare nervosamente e occupa il posto davanti al mio. Non so se i miei compagni di viaggio abbiano pensato all'ebola, ma comunque nessuno l'ha detto. Io ci ho pensato, e ho pensato che tanto all'ospedale di Agrigento basta una febbre alta o un'appendicite a farti morire, quindi ebola o no, siamo messi già male così. Dicevo, il ragazzo parla ad alta voce con un amico che l'aspettava in un paesino poco distante da Agrigento. Chiede a dei passeggeri se per caso il nostro autobus vada anche in quel paesino, in un italiano che verosimilmente è molto più comprensibile di quello di taluni favaresi con uno stuolo di interviste da far invidia a Michele Misseri all'uscita del Tribunale del riesame. Si distende, mi chiede scusa per aver abbassato troppo il sedile e io penso a quella volta che alla gita del terzo liceo c'eravamo pure portati dietro i cuscini dagli hotel per dormire sull'autobus quindi vai sciallo fratello, e s'addormenta. Mi pare che soffra, mi chiedo da dove viene e dove va, cosa lo aspetti al paesino nel quale è diretto, quanto ci resterà e se ha una casa. Le ho pensate tutte, sulla sua vita, che è la vita di altre migliaia di persone che arrivano come lui, così, scappando dalle atrocità di un futuro negato. Come il nostro, senza dubbio, solo con modalità un poco poco più brutali. Alla fermata successiva sale una coppia di due ragazzi alti molto alti, anche loro di colore, anche loro discutono animatamente. Si siedono nei posti accanto al ragazzo, ma parlano lingue diverse, lo capisco dal fatto che il ragazzo, nel chiedere loro un'informazione, gli parla in italiano e loro rispondono nello stesso modo. Chiede se sanno quanto costi il biglietto dell'autobus per andare a quel paese - qualora la vita non ce li abbia già mandati abbastanza, tutti quanti - e uno dei due risponde: due euro. Ah, due euro? E abbassa il viso, scuotendo leggermente la testa da un lato e dall'altro. E' troppo, troppo. Allora uno dei due ragazzi si guarda nel palmo della mano, dove tiene una manciata di monetine, le conta fino ad arrivare a due euro. Tieni, prendi!, gli fa. Io li guardo dalle retrovie, loro non mi vedono, ma io per fortuna assisto ad una delle scene più belle che, ad oggi, la vita m'abbia offerto, recando con se altrettanta lezione. Ho imparato che il concetto di fratellanza includa il non conoscersi per niente eppure considerarsi membri della stessa grande umanità, e che quando ci si trova tutti insieme un gran bel periodo di merda bisognerebbe dividere la propria piccola fame con la piccola fame degli altri per cercare di annientarla. Mi sono chiesta se i nostri nonni che emigravano in Germania, quando incontravano un italiano in difficoltà lo aiutavano, gli pagavano il biglietto per un mezzo pubblico, ed io scommetto che mio nonno lo faceva, non perchè era lui, ma perchè la loro generazione era più genuinamente vicina al concetto di umanità fraterna che sa che la fame è uguale per tutti. Oggi invece, da queste parti, ci si deve guardare anche dei propri fratelli di sangue, chè piuttosto che condividere si scannano, non attuando altro che la gloriosa regola del futticumpagnu. Se ricominciassimo a raccontare ciò che di bello vediamo fare alle persone, la paura di stare tutti vicini in questo mondo così piccolo non esisterebbe. E non esisterebbero colori, nomi, numeri, solo anime.
Vorrei ringraziare, anche se loro non lo sapranno mai, questi tre ragazzi che oggi viaggiavano verso Agrigento. E mentre Agrigento pensava all'ebola, loro salvavano l'umanità.

martedì 2 settembre 2014

Settembre, Gabbara e un amore così.

Per quanto mi appaia banale ed esagerata tutta questa celebrazione dell'arrivo del mese di Settembre, devo ammettere che è innegabile la necessità di risvegliarsi dal torpore delle vacanze - precisamente non so quali - per lasciare spazio alle rogne della vita.

Le rogne della vita sono quelle cose che rimandiamo, rimandiamo inesorabilmente, finché cessano d'essere definite impegni futuri attuabili con tutta calma, per divenire scadenze, ovvero cose la cui imminenza causa angoscia e desolazione.
Nella mia personale chart rognosa c'è la tassa d'iscrizione all'università - un'altra volta, sì - che ormai è un must settembrino da anni ed anni e quando non la pagherò più potrebbe persino mancarmi, l'esame di linguistica generale, rogna regina del mio percorso di studi, e la bilancia post-vacanze, sulla quale non mi dilungo per risparmiarvi una sciorinata di sensi di colpa che neanche Ali Agca dopo aver sparato a Giovanni Paolo II.

Voi lo sapete cosa vuol dire avere una suocera e, collateralmente, un fidanzato che in confronto Carlo Cracco spalma alici sulle patatine? Ve lo dico io.
Vuol dire fare dieta dal lunedì al venerdì, con tanto di allenamenti sudoripari che dovrebbero dare un effetto sodo alle mie mollezze e puntualmente non lo fanno, e poi puff, quando arrivano il sabato e la domenica è un trionfo di cucina marinara, e fritti e paste e spadellate, e un ego decisamente temprato dalle rinunce di una settimana si smonta come schiuma di latte su un cappuccino ormai freddo, cedendo alle avances di una tavola tanto goduriosa quanto peccaminosa e distruttiva della silhouette donna che mai avrò.

Dunque, mi dispiace panarmi in questo montarozzo di clichè grattugiati sul primo o il secondo di Settembre, ma anch'io ho ceduto alla lista di buoni propositi - mai e poi mai attuati. Con alcuni, ad esempio, ho fatto un compromesso sostanzioso, tipo con quello tanto diffuso e abusato della palestra: lo so e l'ho sempre saputo che la palestra non fa per me. Avrei dovuto ammetterlo a me stessa anche quella volta, dieci anni fa, che per incentivare la mia psiche di bradipo ad una certa coerenza nell'attività fisica, pagai tre mesi anticipati in una palestra di Favara, nei locali della quale mi presentai una volta e mezzo (la mezza volta perchè avevo dimenticato una felpa ed ero tornata a prenderla); un centinaio di euro lanciato dal balcone, coi quali avrei potuto fare tante cose, neanche troppissime, ma qualcuna sì. Tipo pagare la prima rata di una liposuzione.
E' stato così, con l'amara consapevolezza di non averne voglia, che ho dato vita al compromesso: se Valentina non va in palestra, è la palestra che va da Valentina. Adesso ho uno stepper, pesi per bicipiti e blablabla, che uso quotidianamente in gran coscienza. Pace fatta, dunque.
Mi piacerebbe trovare una soluzione così piena di convinto pragmatismo anche per gli esami, ma aspetto l'illuminazione.

Comunque per iniziare bene il mio settembre io ho fatto un gita nei boschi con mamma e papà. Non lo facevamo da quando avevo otto anni che si andava tutti insieme a fare le grigliate nei rifugi fra gli alberi di Cammarata. Stavolta l'aria fresca del Gabbara di San Cataldo ci ha abbracciati forte, ed è stato stimolante oltre che divertente.
Abbiamo ricevuto l'invito da parte di Amalia e Fabrizio di Doup San Cataldo, due degli organizzatori del Campfest Gabbara - musica, grigliate e dibattiti culturali - e domenica siamo saliti in macchina alla volta delle fresche frasche nissene, insieme ai nostri amici di Farm Cultural Park, Fun e tanti altri, per parlare di innovazione sociale, cultura, impresa siciliana e resistenza. Ovviamente al nostro seguito tutti i Papalove che, per la cronaca, si moltiplicano a vista d'occhio con le tecniche e i colori più disparati. Mio padre continua a stupirmi, credevo che dopo avergli visto creare gioielli per la prima volta in vita sua a 58 anni niente più potesse stupirmi, e invece la meticolosità con cui studia giorno e notte i vari stili e le tendenze mi fa pensare a quei ventenni che si credono stanchi e senza possibilità: svegliatevi, imparate a fare altro, reinventatevi ed uscite da quel futuro sottovuoto che l'istruzione o il preconcetto vi hanno spesso fornito. Non fermatevi mai, studiate e date valore alle vostre attitudini, non state a sentire nessuno, sentitevi voi di far quello che vi pare.
Eravamo proprio tanti al Gabbara, e i panini con la salsiccia e la cipolla con annesso rutto più o meno libero, secondo quanto consentito dalla femminilità, hanno fatto la differenza. Moviti Farm-o è stato un momento di scambio, focus e racconti siciliani, che - al tramonto di un sole rossissimo che moriva dietro le foglie alte del boschetto - ha confermato la mia voglia di provarci ancora, di non lasciarla ancora per un po', la mia terra.
Anche se va male, anche se le bollette non le pagherò mai facendo la giornalista, ma ancora un po' di forza e fiducia voglio tirarla fuori da questo dedalo di confusioni e risorse mancanti.

Non mi sento un'inguaribile nostalgica che mai e poi mai lascerebbe i suoi luoghi per testardaggine, lo so, lo so bene che lontano da qui sarebbe un pelino più semplice, ma so anche bene che di tutto il tempo vissuto qui, questo mi pare il migliore per seminare insieme a chi vuole crederci come me, come papà. E' rischioso, ma nessuna grande storia d'amore s'è fatta ricordare per la sua semplicità.

domenica 31 agosto 2014

Caro Alessandro, c'hai ragione.

Giorni fa, il mio amico Alessandro, ha scritto delle cose vere, le ha dette. E quando uno dice cose vere, generalmente tendenti alla scomodità, solleva sempre quella consapevole angoscia che quando diviene rassegnata, stratifica e diviene pericolo. Dunque dicendo, ha messo in circolo una serie di riflessioni sui pericoli che corro - che corriamo - e dei quali purtroppo siamo amaramente a conoscenza.
Minchia, che brutto termine, amaramente. Facciamo così: dei quali, purtroppo, siamo non troppo dolcemente a conoscenza.
Per farvi rendere conto di che sto parlando: http://www.isoladeicassintegrati.com/2014/08/28/la-mia-sicilia-del-lavoro-gratis-in-nero-merce-di-scambio-elettorale/

Mi vendo bene io, e mi sono venduta molto bene fin troppe volte a cifre ridicole.
Anch'io come Alessandro Sardone, volevo fare la giornalista, ma mai come adesso mi rendo conto di aver impiegato il mio tempo in imprese del tutto vane, che non avevano nulla della gavetta - dove gavetta sia da leggere come crescita ed esperienza - se non il fatto di essere non retribuite. Ho spizzulìato, per così dire, tra le redazioni più o meno credibili di mezza Sicilia, e se in qualcuna ho imparato i rudimenti della professione, in altre mi sono sentita perfino dire: hai solo 19 anni, quest'articolo è scritto benissimo, non può essere tuo. Da dove l'hai copiato? 
Avevo solo 19 anni ma i tacchi abbastanza rinforzati da essere battuti in ritirata in un flash. E anche tanta inesperienza, che nel tempo si è trasformata, in vari stadi: sono brava, ci credo, ci provo, dai ci riprovo, in fondo ci credo ancora, non ci credo più tanto, non sono abbastanza brava, e via discorrendo, arrivando a pensare che sì, forse è vero, valgo meno di cinquecento euro al mese.

La telefonata per quell'annuncio di cui parla Alessandro, l'ho fatta anch'io. Un tirocinio come giornalista blablabla rilascio del tesserino blablabla ovviamente non retribuito. Tirocinio non retribuito è il must have isolano degli ultimi tempi, e senti: la benzina per andare in Culonia per poi tornare a casa a scrivere mille battute di merda sulla sagra del Porco fritto, me la fai tu vero? Una vita di studi, l'università e i master del settore che mi hanno insegnato a scrivere ha con l'h, me li paghi tu vero? Le ore della giornata che, al prezzo dello stipendio che mi dai e cioè zero, avrei potuto passare a casa a studiare, guardare Sex and the City, imparare a fare pancake e ciambelloni o fare glutei e bicipiti, che fa me li retribuisci per bene vero?
Ah, no? Allora fattelo da solo il pezzo sulla sagra del Porco fritto, certo ha con l'h non è proprio assicurato e neppure il boom di visite che registra il tuo sito grazie al mio contributo, ma va bene, i tuoi lettori non se ne accorgeranno nemmeno. Sei coso tu, c'hai ormai un nome tu.

A tre materie dalla laurea, analogamente all'esperienza di Alessandro, ho lavorato un po' ovunque  e in nessuna delle cose fatte sono stata eccellente, per il semplice fatto che mammà non m'ha fatta per servire ai tavoli ma, ahimè, m'ha fatta topa - nel senso puramente faunistico del termine, no misunderstanding please - da biblioteca, di quelle classiche studentesse di lettere a cui piace usare locuzioni latine quando se ne ricordano e che vanno fiere delle pile di libri impolverati in cameretta, con gli occhiali neri e una leggera miopia che il sabato sera non ci fa riconoscere le persone e ci fa passare per stronze che non salutano più. Così.

Così mi ritrovo ancora una volta a pensare a quell'obiettivo di impresa personale che non vuole render conto a nessun superiore immeritevole del nostro sudato sapere, perchè l'esperienza ad un certo punto deve cessare d'essere utilizzata come capro espiatorio per quello che molto semplicemente si riassume nella parola: sfruttamento.
Il lavoro richiede una retribuzione rispettosa del tempo impiegato non solo durante una giornata, ma di quello che ci è stato utile ad acquisire le competenze necessarie a svolgere quella professione, che di certo non è monetizzabile in cinquecento - o meno - euro al mese.
Mi piacerebbe poter dire: ho scelto di non vendermi più. Eppure so bene io, come lo sapete voi, che ci toccherà accontentarci di un tirocinio non pagato o di un lavoro totalmente fuori contesto rispetto al nostro ambito professionale, finchè sceglieremo di non lasciare la Sicilia. Domani, forse, ci toccherà ancora servire vino bianco consapevoli che, lontano da qui, la gente come noi ha il valore che si merita, e non finisce a pensare di non essere abbastanza brava per farlo. Lo fa, la pagano, vive bene. Così come si dovrebbe. E invece, cari datori di lavoro nostrani, come pensate di far crescere la vostra attività - di qualsiasi natura essa sia - se non incentivate i vostri dipendenti? Se li sottopagate sapendo che c'è la crisi e allora va bene tutto, anche quel poco? Non pensate, d'altra parte, che un lavoratore sfruttato è un lavoratore che a lungo andare non produce? Quali sono gli effetti sulla vostra azienda?

Scrivo da nuovamente disoccupata studentessa, che ha dovuto fare un compromesso con la sua tesi di laurea e l'attività di visual merchandising che le garantiva un MAV ad Unict ogni tre mesi, domani chissà.
Dumani pensa Diu. E dalla Sicilia e i trentenni col culo a terra è tutto, a voi la linea.

mercoledì 6 agosto 2014

Vi racconto il mio papà. Papalove, i gioielli dell'amore.

Dunque ritorno, dopo l'ennesima pausa estivo-meditativa, per raccontarvi cosa bolle in pentola negli ultimi tempi. A parte una dose indefinita di carboidrati che non tengo più il conto, ho messo a rosolare una serie di progetti che mi sto adoperando per mettere a frutto, gettando la semenza su questo territorio franoso chiamato: futuro.

Bon, a capeggiare sul podio v'è quell'edificio romantico e grigiastro chiamato Facoltà di Lettere di Catania, già Dipartimento di Scienze Umanistiche. Il nome della mia facoltà è cambiato almeno tre volte da quand'ero matricola - lustri e lustri fa - questo la dice lunga sul mio profitto e sui tempi esemplari che mi son presa per ottenere il famigerato pezzo di carta. Fra l'altro, questa cosa del Dipartimento Scienze Umanistiche, è abbreviata, sul sito d'Ateneo, con la nomenclatura Disum che, non so a voi, ma a me evoca sempre l'aggettivo disumano, perfettamente attribuibile alla mission in questione: sessione di Settembre.

Ma torniamo ai progetti. E fra i progetti, quello che mi sta più a cuore è Papalove.La storia è la seguente.

Una sera di un paio di mesi fa stavo preparandomi per un'uscita serale col mio uomo e, nella solita corsa all'ultimo anello che precede le mie serate, ho notato di non avere nessun braccialetto, nessun paio di orecchini, nessun ninnolo, perlina, ciondolo, pallina o cammeo che potesse abbinarsi al colore del mio vestito. Mio padre guardava la tv in salotto, e io urlavo per casa, correndo avanti e indietro per l'appartamento, dalla stanza alla cucina e di nuovo dalla cucina alla stanza, con lo smalto fucsia - non fluo, specifico per evitare l'equivoco del gusto - ancora umido sulle unghia che, per la fretta di fare, s'erano spezzate. Mi sentivo tanto gemella Olsen in qualche film da figlia viziata ed isterica in cerca, per l'appunto, di gioiello abbinabile. Così, da brava donnina esausta ancor prima d'uscire e sotto la spinta telefonica della mia dolce metà, ho afferrato il solito braccialetto, l'ho buttato in borsa ripromettendomi di indossarlo non appena in auto e ho salutato mio padre: Papà, dovresti imparare a farmi i gioielli. Solo così avrei cose di tutti i colori. Ciao.

A questo punto della storia mi fermo un attimo, per parlarvi di mio padre. O meglio, di noi due.
Ogni figlia femmina è, per propensione naturale, legata al suo papà da un sentimento duplice, triplice, quadruplice e se scaviamo troviamo l'infinito. Il mio papà è sempre stato il mio migliore amico, la mia spalla, il mio complice e il mio confidente. Senza gelosie, senza tabù, senza bugie. Un papà a cui poter dire la verità, ma che ha sempre mantenuto - non so come - il rigore da genitore, senza fingere. Onestamente.
Fra le tante virtù che quest'uomo reca, indubbia è la sua creatività, intesa proprio come propensione al sogno, libertà mentale, fantasia estrema. Un papà gagliardo, per dirla tutta.

E' stato questo che, la mattina dopo la mia "lamentela" di non avere niente di rosa o colore similare, mio padre m'ha fatto trovare sul comodino un braccialetto di metallo e nastri fucsia intrecciati a mano.
- Papà, ma l'hai fatto tu?
- Sì, m'hai chiesto di imparare a farti i gioielli e ho cercato il tutorial su internet.
A quel primo braccialetto in metallo e nastri colorati, sono seguiti svariati braccialetti e orecchini. Con la media di due paia al giorno, perchè papà è così, quando s'appassiona a qualcosa è la fine. Deve saperla fare alla perfezione, a tutti i costi, con arte.
Qualche settimana dopo, gli ho chiesto di farmi compagnia ad uno dei tanti mercatini The second life alla Farm, durante il quale molte amiche creatrici di gioielli espongono e vendono le loro creazioni. L'ho trovato prima al banchetto di Graziana e poi a quello di Grazia, entrambe gioielliere di gran talento, a chiedere consigli e luoghi dove potersi rifornire di materiali. Casa mia in breve tempo è divenuta una piccola fabbrichetta di gioie colorate e il tavolo della cucina tappezzato di ganci, ciondoli, pc, macchina fotografica, pinze, pinzette e fili di metallo colorato. Così gli ho detto di prendersi la mia stanza, tanto la uso poco, e farne ciò che voleva, il suo piccolo laboratorio.

Un mese fa, rendendomi conto della bellezza di ciò che crea - i miei sono occhi dell'amore eh - soprattutto come frutto della sua mente sognante e della sua bontà d'animo, ho pensato di tirar su un vero e proprio brand di bijoux. Del resto, la comunicazione è il mio lavoro ed è questo che vengo a comunicarvi: mio padre crea gioielli per una figlia maldestra e distratta, e indirettamente crea gioielli per le donne, studiando forme e materiali sempre nuovi, vedendole tutte riflesse nei miei occhi e negli occhi di mia madre, che sono poi gli stessi.
E' così che nasce il progetto Papalove, nome che ho cercato per settimane e che è arrivato in un'afosa sera di luglio mentre ero incolonnata alla Valle dei Templi all'ora di punta di ritorno dai lidi. Quando ho capito che volevo avverare il suo sogno, ho chiamato Paola Merlino, mia amica e adorabile designer nonchè fashion addicted e dal suo estro è nato il logo: il mio papà ed io che lavoriamo insieme ad un'idea alternativa d'amore, quello sprigionato da un gioiello, da un colore, da una forma, un oggetto luminoso fatto dalle mani di un padre in love. Come a tutti i bravi professionisti, m'è bastato dirle cosa desideravo comunicasse e lei, tac, l'ha fatto. Perfettamente.

Questa è dunque l'ultima impresa di Semilascinonvale, raccontarvi di un legame che altro non ha fatto che sprigionare gioia e collaborazione da sempre. E siccome in questo blog s'è sempre parlato del coraggio di chi vuole ancora investire in piccole e grandi imprese qui ed ora, in parte folli, ma sempre incredibilmente genuine e divertenti, non potevo non raccontarvi della storia di Benedetto Oliveri, papà esemplare e creatore di bellezza, sempre pronto a ricominciare e ad imparare un'arte con la curiosità di un ventenne che sa di avere tempo per vedere il suo sogno realizzato, e con lui cresce, fino a vederlo vero.
Questo è solo il primo capitolo di un diario di bordo, di questo viaggio che inizia, lui ed io.
Il mio papà.

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mercoledì 11 giugno 2014

una poesia d'amore.

Ti penso e lo racconto al mondo,
perchè se uno c'ha un pensiero - un pensiero vero -
è opportuno che lo dica. Anzi lo urli.
Ti penso, che sei la vita,
l'unica vita possibile fra le tante che ho.
E sei una bella strada, per la felicità.
Quando uno ama, fa pace con l'umanità e in lei,
un pochino, ci vede riflessa la faccia di chi ama:
il parcheggiatore grasso, pensa, stamattina mi sembravi tu
e l'impiegato di banca serio, immagina, pure tu.
Il signore del bar di Piazza Cavour, poi, più di tutti
e nel caffè nero che versa afa sul mio lunedì, ancora tu.
Negli occhi degli uomini che incontro per caso nel mondo,
a dire il vero, ne vedo sempre e solo uno: il mio (ovvero tu)
Dunque scompaiono, nessuno di loro esiste più per davvero
E allora lo racconto al mondo, che da quando m'hai baciato,
- anche se sono anni -
mi gira la testa, e poi tutto il corpo continua a girare su un'asse
(che immagino la spina dorsale)
come ballerina di Carillon, come trottola su una punta.

Amore mio, afferrami mentre volo giù da un vagone chiuso male
del treno delle circostanze,
diretto verso un futuro distratto di donna per aria.
Hai la femmina che vola, col pensiero, e sogna
un futuro disegnato sulla schiuma di latte, la mattina, in un tavolo
di legno bianco
comprato e montato, solo da noi.
E delle miniature di te e di me insieme, che ci corrono
accanto sotto e strillano e ridono e scoppi di colore
di baci, ti prendo, ti mangio!, e amarsi da stanchi.
Hai la donna che ha legato il suo polso al tuo,
con un anello o un bracciale che qui chiameremo: amore
- perchè ti scrivo una poesia e in poesia funziona, si sa -
Ma oggi - non c'è ricorrenza, se non la vita -
non scrivo d'altri, non scrivo per altri, neppure per me
io scrivo per te.

Rimanimi fermo,
sul fianco sinistro, che guidi e ti bacio
una fetta di mare dalla finestra si butta sul piatto di un'auto nel sole,
- o di un possibile letto atteso -
 con un lenzuolo bianco coprimi per sempre
e - se ti va, se sei in orario, se ce la fai -
per sempre rimani con me.

giovedì 5 giugno 2014

La sogliola dei venticinque

Non so come iniziare. E in realtà non so neppure cosa scrivere. L'idea sarebbe quella di spostare il mouse sulla crocetta in alto a destra e non dare mai vita a questo post. Ma oggi, stranamente, è nato prima il titolo - senza alcun contenuto chiaro in mente - mi pare doveroso riempirgli la pancia.

Dopodomani è il mio compleanno, il mio venticinquesimo compleanno.
Ho sentito dire che è tipo un altro diciottesimo: venticinque, il quarto di secolo, per le rockstar l'anno in cui è consigliabile che comincino a strizzarsi le palle, e per me, per me niente, un compleanno. Però c'è di comodo l'arrotondamento della cifra; non ventiquattro, non ventiquattro e mezzo - che considerata la mia mezza zeppola è pure difficoltoso da pronunciare - ma un più musicale venticinque , primo gradino di una prematura scalata verso i trenta. Quando sono nata, la mia mamma aveva la mia età di ora e io so che anche la maggior parte delle vostre mamme, quando siete nati, avevano l'età che avete voi ora, e io so anche che la cosa vi manda in crisi perchè non vi siete ancora laureate, o se sì, non avete intenzione di prender marito e far bambini e dedicarvi all'hobby del rigurgito notturno, e che il copriocchiaie da venti euro vi va di consumarlo solo dopo una notte di hard sex, con svariatissime precauzioni e lattice e salti della quaglia che neppure sotto il tendone bicolore di Moira Orfei.
Invece io voglio un bambino. Piccolo, rosa, che vomiti fontane di latte peggio di un putto del Bernini, e mi tenga sveglia la notte fino a farmi desiderare di metterlo sotto chiave dentro una stanza insonorizzata con cartelle di uova consumate. Il mio desiderio per questo venticinquesimo è avere un figlio, ma lo scrivo qua, così non s'avvera.

L'altro giorno m'hanno chiesto: ma qualche pensiero alla soglia dei venticinque?
Ho risposto così di cuore: mille euro al mese, contratto a tempo indeterminato. Seguono ovvie risate e accuse di aver assunto droghe leggere (che stavolta, vi giuro, non c'entravano niente). Qualche secondo dopo la conversazione s'era spenta sul nascere ma io dentro di me continuavo lo scandaglio etilico, in silenzio, dei miei stessi pensieri a riguardo. L'unica cosa intelligente che sono riuscita a concludere è stata l'assonanza di soglia con sogliola. Me lo sono ripetuto un paio di volte - dev'essere stato uno di quei momenti in cui penso in silenzio e con la bocca aperta tipo Carlo Verdone in viaggio con la nonna - e rovinosamente sul mio sguardo bagnato di Charme bianco è calato un enorme velo di tristezza chiamato: DIETA.

La DIETA - scritta in maiuscolo per evidenziarne il potere terroristico - è stato un elemento fuorviante per la mia già discretamente fuorviata psiche, in quest'ultimo anno. Alla soglia dei miei ventiquattro anni, non ho alcun problema a svelare al popolo dell'internet, che ero un bel maritozzo di 98 chili. Novantotto chili di pappagorge. Così mia madre, stanca di dover pagare l'ICI per la mia panza (questa l'ho rubata), m'ha tagliato il cordone ombelicale che mi collegava alle sue padelle unte e bisunte, e mi ha nutrito di verdurine e sogliole in umido per un bell'anno pieno, m'ha incastonato il culo sul sellino di una cyclette, ed io - che la bicicletta ormai l'avevo voluta - ho pedalato. E' stato così che, ai venticinque ci arrivo con venticinque chili in meno, tondi tondi e pari all'età, per ironia della fame. Comunque adesso so perchè si utilizza in extremis il detto più brutta della fame, perchè la fame è proprio uno stato mentale, una tortura cinese che ti porta a pensare a panini, piadine con mortazza, gelati pistacchiella e panna cotta alle quattro di notte, solo ed esclusivamente quando sai di non poter mangiare. Di contro, appare totalmente naturale, che nel free day io riesca solo a ingurgitare gallette di riso, ovvero dischi di polistirolo con un packaging più accattivante. E comunque sì, quello che ci raccontano sul mangiare bene e fare movimento è tutto vero, fa dimagrire. La buttanata invece sono le pillole schifo ripiene di schifo che dei pop up automatici ci fanno partire sul display del cellulare o sul pc mentre stiamo navigando, proprio in prossimità della prova costume come il dio del marketing comanda: ma come vi convincete a dar fondo allo stipendio per acquistare cose prodotte in Papuasia e che per quanto ne sapete potrebbero pure contenere sterco compattato di animali? Secondo voi, basta un poco di zucchero e la pillola va giù a risucchiarvi il grasso prodotto dalla porchetta intera che avete mangiato a pranzo? Le ragazze che pubblicizzano il prodotto prima erano veramente le ciccione fotografate con didascalia before? Una pillola acquistata su internet, senza mangiare sano e senza muovere un alluce, vi regala un six pack strepitoso sugli addominali?

Non so come sono finita a parlare di questa roba.
Dopodomani è il mio compleanno e sto pensando anche che è il primo compleanno senza la mia migliore amica vicina. L'essere migliori amici prescinde dalle distanze spazio-temporali, e anche dai silenzi, e anche dalle incazzature; è una condizione che ti porti dentro e la proteggi dalle insidie esterne, e adesso che se n'è andata, adesso che non c'è, è ancora nel mio cuore, è ancora vicino a me. E quando comincio a citare De Gregori dev'esserci un compleanno o un capodanno di mezzo, qualcosa che tiri fuori la parte stucchevole del mio smisurato ego intinto in una vasca di glucosio. Quando ci siamo conosciute, e per il lungo tempo a venire, mi chiedeva di tanto in tanto un mano coi compiti di inglese. Adesso vive a Londra e l'altro giorno m'ha inviato un video su Whatsapp in cui un signore ubriaco ballava sul ciglio di una strada interagendo con loro spettatori, lei filmandolo ha detto: You're famous now. E l'ha detto proprio bene, da vera inglesina come la marca dei passeggini, e sono giorni che penso che adesso parla proprio un'altra lingua, vive proprio in un altro posto, e non mi basterà prendere un autobus per far festa con lei e poi tornare a casa e far festa coi miei. Due torte, due sbronze, due spumanti. Niente. Però mi resta una parete con una grande cornice che raccoglie anni di feste, e sotto una cornice più piccola, rossa, con una foto del mio quindicesimo compleanno: io pallida e con ricci ribelli, lei già nera col costume da bagno e i lineamenti morbidi da bimba.
E un tatuaggio come regalo di compleanno qualche anno più tardi, che m'ha sempre detto che c'eravamo ancora, che ci saremmo state sempre, nonostante tutto. You're famous now, e vorrei abbracciarti forte.

 Quello che ho fatto durante quest'anno ve l'ho raccontato, non tanto perchè credessi che qualcuno potesse realmente essere attratto dalla vita una blogger di paese con una vita medio-monotona, che non si laurea mai e lavora in parrucchieria. Impossibile fare un ringraziamento, tutti i miei amici sono stati splendidi e presenti in quest'ennesimo faticoso anno, senza mai rimproverare i miei silenzi o le mie grandi assenze, le mie mancanze facilmente scambiabili per una superficiale forma di affetto passeggero e conveniente. Loro sono rimasti, tutti, qualcuno è persino tornato perchè il bene vero non passa mai per davvero. Io, dal canto mio, ve lo dico che siete l'unica cosa da festeggiare: le persone che mi fanno sorridere. Davvero non c'è niente per essere felice, Vale? mi chiedo in solitaria, ai bilanci serali, e quando passo in rassegna le vostre facce e perfino gli occhi ignoti di chi legge questo blog, io mi sento già bene, non meglio, proprio bene. M'ero ripromessa di lasciare il miele fuori da questo barattolo, ma n'è uscito stracolmo, perchè son fatta così, il cinismo non m'appartiene anche se mi piacerebbe tanto.
In chiusura io voglio spendere due parole ad un signore che è mio amico, Gianni Di Matteo.
Un professionista e un gran papà, potrei dire molte cose su di lui, potrei farvi solamente vedere il suo sorriso intelligente coperto di barba bianca ironica e disincantata, potrei raccontarvi che va ai concerti rap e poi torna al suo lavoro di arch prof ing che fa tante di quelle cose che neanch'io riesco a stargli dietro. Ecco, caro Gianni, io non so se tu lo sai che lo so che loro lo sapevano ma io no, ma voglio dirti grazie. Grazie di cuore, per essere stato presidente, guida, capitano, padre, zio, amico per noi Funners, e poi grazie per aver fatto per me quello che io non ho potuto, grazie per avermi dato la possibilità di fare, col silenzio e la discrezione che solo ai grandi uomini è giusto tributare. Grazie, Gianni.

E così son quasi passati venticinque anni da quel giorno che alla mia mamma aprirono il pancione e venne fuori quel mezzo chilo di ossa che sarei poi io, e io di anni me ne sento qualcuno in più, perchè ognuno di voi m'ha dato qualcosa e grazie a voi son cresciuta - pure a chi m'ha voluto male, chè io pensavo fosse impossibile volermene, essere invidiosi ma di cosa poi e invece a farvi rodere il culo ci vuole il tempo ridicolo di un'eiaculazione di un trentenne vergine con calzino bianco al primo rapporto sessuale - sono diventata una quasi donna, con qualche chilo in meno, dei colleghi pazzeschi, un fidanzato speciale, un'amica lontana e molti vicini, e tanta, tanta voglia di stancarsi ancora, correre da una parte all'altra, rivedere la Spagna e un po' di Francia, finire la tesi, sentirsi bella anche se non è vero, godere con la mente e poi anche col corpo, prendere appuntamenti per pieghe e colori, e lottare per un papà molto buono e una mamma assai presente.
E poi, ma un compleanno cos'è oggi se non un compendio d'auguri da parte di sconosciuti su una bacheca, un conto alla rovescia fino alla mezza per una tirata d'orecchi, e un entusiasmo che si esaurisce su un calendario sempre più lungo, stretto di scadenze, largo d'entrate. Ma è ancora possibile sentire la magia che c'era da bambini, coi tavoli pieni di sandwich al formaggio fatti da mamma e gli inviti di Minnie disegnati da papà e il vestito verdazzurro di Barbie Sirena dentro uno scatolo, o la felicità posticcia di venti tequila in una notte di giugno di qualche anno fa? E' possibile credere che un giorno che ricorda quello che ci ha visti aprir la finestra su questo mondo balordo sia effettivamente da far festa?  A me oggi sembra così complicato. A me oggi viene in mente solo la sogliola in umido.

Ah, per chi se lo stesse ancora chiedendo, novantotto meno venticinque fa settantatre.

mercoledì 28 maggio 2014

Un banana daiquiri non ha mai fatto niente.

Stavo fissando - da giorni - questa pagina bianca in attesa di un segno qualsiasi che mi aiutasse a raccontarvi una storia, una storia attuale. Il segno non è arrivato fino a questa sera, che ero in balcone e il clima, misto e confuso, m'ha riportato indietro al duemilanove forse dieci: esterno, Catania, tarda sera di Maggio, tavolo di un pub qualunque di Piazza Teatro.
Vestivamo a strati, col cotone leggero sotto e quello forte sopra, i jeans e le scarpe aperte perchè a Catania fa caldo prima, e dopo fa sempre caldo di più. L'aria ferma, turbata  da qualche alito d'aria marina proveniente da S.Giovanni Li Cuti, ci giungeva fresco ma centellinato, al punto di rinfrescarci la fronte per pochi minuti. Poi se ne tornava al mare, a guardare la luna. Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo,smezzandosi una Castello gelata al centro di una città che sapevamo non nostra. O almeno io sapevo non mia, se non di passaggio, temporanea. Non ho mai amato veramente Catania, se non per due o tre cose di Catania, e credo che il motivo sia il costante sentimento di nostalgia e mancanza di casa che mi ha accompagnato per il quasi quinquennio in un cui ho vissuto all'ombra do Liotru. Svegliarsi pensando a Favara e tornare a Favara desiderando che i giorni di vacanza non finissero mai e invece, puntualmente, finivano. Fin quando non ho deciso di fare della mia vita una bella vacanza a Favara, ma piena di cose poco riposanti. E allora, tutto sommato, ha funzionato.

Ma torniamo a quella sera di quattro barra cinque anni fa.
Al mio stesso tavolo, proprio di fronte a me, stava seduto un ragazzo di cui fingerò di non ricordare il nome, alto e grasso, il cui grasso strabordava  dagli interstizi ovali tra bracciolo e schienale della sedia di vimini, calava fuori lateralmente come pasta di pizza sciolta e cremosa quasi a toccare il pavimento nero della Piazza. Gesticolava con una LaCoste consumata sul colletto da finto proletario, trattando i temi più disparati con una dimestichezza che all'epoca doveva essermi sembrata buona informazione e doveva avermi messo vagamente in soggezione, dato che ricordo i contorni della sua figura molto più dilatati di quanto essi siano realmente. Mi era sembrato grande, e al momento di ordinare, aveva lasciato scappare fuori dalle labbra insalivate: per me un banana daiquiri.
Un banana daiquiri, un banana daiquiri,
continuavo a dirmi in testa. Io appena ventenne, un banana daiquiri non l'avevo bevuto mai e anche adesso, che il mio futuro marito è un bravo barman, devo dire che non ho avuto il piacere. Forse perchè ormai lo collego alla figura di cui sopra, dando origine a quel rifiuto spazio-temporale che mi impedisce di sorbire la bevanda.
Comunque il tizio dopo cinque minuti aveva il cocktail sotto il naso e lo guardava che manco un sessantenne col televisore su Tele Monte Carlo alle quattro di notte. C'era pure una ciliegina candita sopra, roba che rendeva il tutto un perfetto preludio ad un gravissimo porno di bassa qualità o ad un qualsiasi programma di Amanda Lear. Il borghesotto proletario sorseggiava molto coerentemente il suo banana daiquiri e guardava noi tarde matricole sperando di accaparrarsi le nostre ingenue scelte elettorali in ambito universitario, incentivando così la sua promettente carriera politica. Ancora oggi al tg nazionale non l'ho sentito mai una volta e credo d'esserne colpevole considerando che la sua promettente carriera politica non l'ho incentivata neppure per 'sto cazzo.
Avidamente raggiunse il fondo del bicchiere, tirando su dalla cannuccia con la voracità tipica del porco - e mi rammarico dell'immeritata offesa all'amico suino - e galvanizzato dall'alcool, che non aveva fatto altro che amplificare la sua logorrea, aveva tirato fuori il cavallo di battaglia usato ed abusato dai migliori venditori di fumo del globo: il cambiamento. 

Quella parola me la porto dentro da quella sera, sul fondo della mia coscienza, chiedendomi se per caso in questi anni ho effettivamente contribuito a inserire un reale tassello in questo difficile puzzle, cioè quello di migliorare il posto in cui vivo o se somiglio un po' a lui, il tipo con la polo che ciucciava ciliegie candite e non mi diceva niente di nuovo. Sul fondo della mia coscienza c'è un residuo di incompiutezze e promesse mantenute in parte e che mi fanno sentir fortunata di non essere dalla parte del promettente, ma dalla parte di chi attivamente ha continuato a pensare ad una reale soluzione che potesse girare nuovamente una ruota ferma.  E questa mattina, mentre ero al lavoro, un episodio mi ha svelato con chiarezza tutto:
un gruppo di una ventina di persone di mezza età era guidato dalla mia amica Lidia verso la Chiesa Madre di Favara. Vedendola, ho aperto la porta e mi sono fermata sull'uscio per starla a sentire, come parlava di Favara ad un gruppo che presumibilmente era appena stato in visita a Farm Cultural Park. Lidia ha guardato il salone, le ho alzato la mano e lei sorridente ha detto: ecco signori, da quella parte una di noi, una di Farm.
A me è salito il magone, quaranta mani alzate solo per me, e solo perché ero una di Farm. 

E sul fondo della mia coscienza molte guerre hanno trovato pace, perchè ho capito che il vero cambiamento non è fatto di parole in una piazza portate via dal vento verso il mare, dove annegano, ma è fatto di parole a cui seguono fatti a cui seguono gruppi di venti turisti tutti contenti di vedere il centro di Favara.
Vi ricordate Favara Urban Network? Vi ricordate di noi?
Noi siamo tornati a parlare di bellezza e di Favara, abbiamo individuato dei piccoli posti e li abbiamo immaginati ripopolati di bambini che giocano, adulti che passano e si fermano e ci passano del tempo, e gruppi di persone fantasiose disposte ad impiegare sette giorni del loro tempo per proporre un progetto di rivalutazione di questi piccoli posti vuoti, trasformandoli in pochi metri di felicità urbana incastonati tra i palazzi della città. Come un fiore dalla roccia, come una macchia di colore in mezzo al cemento. Nasce così il progetto Arripigliala, di cui vi darò maggiori dettagli nei prossimi giorni. Per adesso ve ne parlo e cominciate a farvi un'idea: cosa credi si possa fare in una settimana in due metri di asfalto? Noi ti diamo il materiale, tu e i tuoi amici ideate, papà e zio ti danno un mano a tirare su il progetto. Ed è fatta. Un'area cambiata è un'area salvata.

Se il posto dove vivi non ti piace non devi per forza lasciarlo, basta farlo somigliare a quello in cui ti piacerebbe vivere. Non stare seduto a convincere gli altri che la tua idea è buona, mettila in atto e sarà migliore. Fa in mondo che sul fondo della tua coscienza, la sera, rimanga un grumo di colore, la consapevolezza d'aver fatto più che d'aver detto e quando ti sentirai parte viva del nuovo vestito che la tua città ha indossato nel corso degli anni, capirai d'aver vinto tu. Il vento del cambiamento soffia su Favara ed è un vento che, nonostante tutto, nessuno ha fermato.