E tu sei il numero:

mercoledì 18 febbraio 2015

Colori ed ospiti al San Giovanni di Dio

Qualche giorno fa m'ha svegliata una telefonata. Era il mio inviato speciale al San Giovanni di Dio di Agrigento che mi pregava di raggiungerlo per registrare insieme dei dati inerenti la sanità malauguratamente pubblica dalle nostre parti.
Mio cugino Luigi, corrispondente eccezionale per la sezione "ospedali terribili", si trovava nel reparto Astanteria, che fa rima con lurdia e anche con mamma mia, mamma mia. E' un reparto retrostante al pronto soccorso, una cosa provvisoria, dove ti mettono quando devono capire che hai e dove mandarti. Non solo. E' un reparto dove ti mettono quando magari non hai niente e nel frattempo che ci stai ti viene qualcosa, così poi è sicuro che sanno dove metterti: alla morgue.

Il mio inviato speciale presso il nosocomio, mio cugino Luigi, a parte gli scherzi, stava male per davvero, e quando sono corsa a trovarlo al reparto Astanlurdìa, l'ho trovato nel corridoio che - con tutti gli stracazzi suoi - rincorreva il dottor medico di turno per denunciare i suoi compagni di stanza, che no, non erano dei poveri malati in attesa di cure, ma una cinquanta formiche. Formica più, formica meno. Tant'è che prima di dirmi ciao, l'ho sentito sbottare un per niente pacato: "Dottore, non ci tengo a dormire con le formiche sul letto stanotte!".
Entriamo in camera e mi mostra gli insetti della discordia che nel frattempo s'erano chiamati gli amici per fare un rave sul marmo della finestra, dunque anche le zzzaanzare erano venute a trovare mio cugino che, a quanto pare, c'è rimasto male perchè non si erano premurate di portare neanche una guantiera di ciambelle e anisette, dalle nostre parti di rito per gli ammalati.
Luigi, che poi è un tipo sveglio al punto che non si direbbe proprio che abbiamo metà DNA uguale, mi fa notare una serie di chiazze rosse sul pavimento. M'ha detto che, chiedendo all'infermiera informazioni circa la loro natura,  lei ha risposto - verosimilmente e credibilmente - ch'era ducotone.
In una stanza gialla e azzurra - giustamente, è normale, lapalissiano che - uno può trovarci delle macchie di ducotone rosso.
Che c'hai pitturato? Ti sei smaltata le unghie con la vernice rossa mentre rifacevi i letti? O hai organizzato un'estemporanea di pittura con Jackson Pollock che ha schizzato rosso ovunque? Che c'hai fatto col ducotone rosso in una stanza gialla e azzurra del reparto di Astanteria dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento?
Ora, se uno fosse poco poco cattivo, penserebbe che ci fosse ancora del sangue schizzato sul pavimento e che nessuno si fosse preoccupato di rimuoverlo, che oltre a fare schifo, è anche pericoloso. Ma siccome noi siamo buoni come il panettone Balocco la vigilia di Natale, ci accolliamo ch'era ducotone rosso utilizzato per cromare una collezione di Ferrari in scala 1:18, che - si sa - è un'attività frequente per ammazzare il tempo al pronto soccorso, prima che il tempo ammazzi te.

Fra l'altro, quando siamo arrivati, mio padre ed io, ci è toccato percorrere un corridoio all'ingresso tempestato di bicchieri di plastica ricolmi di sigarette e un pavimento di mozziconi che neanche  dopo un sit-in di operai della Fiat Mirafiori. Un lungo nastro bicolore, rosso e bianco,  a chiudere una delle due entrate del pronto soccorso con tanto di panca biposto appoggiata alle vetrate d'ingresso, qualora il solo nastro non fosse sufficientemente d'impatto.
Allora, a uno, che è là perchè sta male sul serio - altrimenti non ci sarebbe andato proprio mai in quel covo di pavimenti divelti e munnizza vagante - gli viene da pensare: ma come minchia si fa così? E se questo è il modo con cui accogliete la gente che arriva sciolta su una barella in ambulanza, chissà com'è quello con cui la trattenete per curarla.

Mio cugino Luigi, ch'è ancora là dentro per sfortuna e spero ne esca presto, mi ha chiesto di scriverne sul mio blog. E m'ha inviato un corredo fotografico, anche della condizione dei cessi - già il termine bagno sarebbe un complimento - che, solo a guardarli, vengono sette tipi di malattie diverse, tra epatiti e situazioni veneree a caso.
Il corredo fotografico - che non allego per intero causa bassa risoluzione delle immagini - però non testimonia il fatto che l'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento è paragonabile al dedalo del Minotauro, al punto che un mese fa circa, accompagnando mio suocero non vedente per una visita, ho sbagliato ascensore quattro volte, una delle quali  siamo pure rimasti dentro bloccati per mezz'ora, con una grande cesta a rotelle piena di rifiuti.
Oltre tutto, quando ho beccato in un corridoio  una donna che avrebbe potuto essere un'infermiera o una portantina - perdonate l'ignoranza nella non distinzione - e le ho chiesto: mi scusi dov'è l'ascensore per Oculistica? M'ha risposto, nel dialetto dei pastori tedeschi (e chiedo scusa alla nobile razza canina per il paragone): "Non sono di questo reparto, non sono tenuta a darle informazioni".
Ah, grazie al cazzo signora. Lei non è di questo reparto quindi non è tenuta a dirmi dove devo andare. E vabbè, allora resto qua con mio suocero, accendo un fuoco, mettiamo ad arrostire marshmallow e ci raccontiamo storie di paura, una delle quali parla proprio di lei, signora. Fino a quando non arriva un'anima pia che ci dice dove, come, quando e perchè possiamo uscire da questo budello di vergogne.

Con questo intendo raccontare ciò che ho vissuto personalmente in occasioni recenti, e che mi sembra corretto raccontare per giustizia nei confronti delle persone a cui voglio bene. Mi dispiace che, stando male, debbano essere curati in un posto che tiene la gente sulle barelle nei corridoi, non è in grado di fornire lenzuola e coperte pulite, non è in grado di garantire la massima igiene degli spazi interni ed esterni - in special modo dei sanitari - e che debba far passare come un favore ciò che è nostro diritto naturale - oltre ciò per cui sono da noi pagati - ovvero: la salute.
Con questo ci tengo anche a dire che all'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento lavorano moltissime persone qualificate e corrette che si adoperano per salvare la vita alla gente ma non possono fare comunque miracoli, data la struttura e i mezzi. Con questo intendo dire che se dovete curare la gente, però, preoccupatevi di farlo in ambienti sterili, non sui pavimenti divelti, sulle carcasse degli insetti e sui mozziconi delle sigarette, e soprattutto se uno strumento d'analisi importante non funziona, fatelo aggiustare, non mandate la gente a casa perchè s'è rotta la risonanza magnetica e quindi tocca farla privatamente alla modica cifra di trecento euro e quando lo studio c'ha spazio libero per ricevere. Perchè il tempo è vita, e di tempo perso si muore.
Auguro a tutti di non aver mai bisogno del San Giovanni di Dio ma, qualora ne abbiate, non dimenticate di portarvi una bussola, le lenzuola da casa, uno spray anti-insetti e un copri water di carta, magari corredato da un container di Amuchina, tipo i tir che s'incontrano in autostrada con la scritta Trasporto Latte. Non sia mai che entrate buoni, e uscite lunghi.

Ringrazio anche il mio amico Gabriele che aveva parlato delle condizioni dell'ospedale di Agrigento qualche settimana fa, caricando su Facebook delle foto che raccontavano le illegibili insegne e la fatiscenza della struttura; due delle immagini si trovano qui di seguito.



A fior di social, la prima instawalk ad Agrigento

Quando Monica m'ha chiamato un mese fa, la conoscevo appena. E' seguito un caffè, poi un cappuccino e un maritozzo diviso a metà, perchè era la seconda settimana della mia finta dieta, prevedibilmente presto fallita come tutte le altre. Monica Brancato studia Medicina, ha 30 anni, e un piercing sulla lingua che ogni volta che le parlo mi distrae, mi fa pensare che lo vorrei fare anch'io, prima di stramazzare al suolo svenuta e lunga lunga, spalmata come uno sgombro sottolio, al solo pensiero. 

Tra un morso e l'altro - lo zucchero che mi resta sul muso - Monica mi parla di un'iniziativa, e lo fa col sorriso bello che hanno le persone quando un'idea gli piace assai: "Vale, facciamo l'Instawalk!". Mi pulisco le dita caramellate, mando giù un goccio d'acqua per schiarirmi la gola edulcorata, e le chiedo: "Monì, ma che è l'Instawalk?". E lei, sorriso fisso, mi spiega.

Una passeggiata nel centro storico delle nostre città, per riscoprire gli angoli perduti, gli anfratti ignorati, i palazzi crollati e pavimenti dislocati su macerie di soffitti, dimenticati da tanto di quel tempo da non saperne l'esistenza. Però anche  - mica solo cose brutte - le pareti rinnovate, l'arte antica e quella antichissima, i tesori da preservare, la natura prepotente e i colori della stagione che arriva. Il tutto attraverso la fotocamera di un cellulare, caricando ogni click su Instagram sarà possibile mandare nell'immenso web la nostra città, coi suoi aspetti più detestabili contrastati da quelli più grandemente amabili.

L'idea trova culla nel canale IgersAgrigento (@igers_agrigento), ovvero la community Instagram che raccoglie nel suo spazio le immagini più rappresentative del nostro territorio, en plein air: al mare, per strada, mangiando ravioli fritti e impastando pane sul tavolo di casa; insomma racconta tutta la nostra sicilianità estrema, in riquadri ad effetto o brevi clip da 30 secondi.

IgersAgrigento è gestito da Antonella Giovinco, una ragazza di Menfi che ho chiamato dopo la colazione con Monica, e anche se non l'ho vista, dalla voce ho capito che dietro alla cornetta c'era lo stesso sorriso. Dunque, la prima insta-passeggiata sarà ad Agrigento, il 15 febbraio alle 10 del mattino, ci si vede tutti a Porta di Ponte e poi giù, lungo tutta la via Atenea seguendo la sfilata della sessantesima Sagra del Mandorlo in fiore. Bimbi, musica, strade, colore, folklore.

Ed è subito primavera anche negli hashtag suggeriti da Antonella e Monica da inserire nelle foto: #igersinfiore oltre che naturalmente #igersagrigento , per raggruppare tutti gli scatti all'interno di un solo ambito. Igers sta per instagramers, ovvero utenti del social più utilizzato per la modifica e la condivisione dei propri rullini digitali.

Da utilizzatrice, l'ho usato anche per imparare a cucinare prendendo spunto dai canali in cui la gente condivide ricette e piatti, serviti su vassoi e insalatiere domestiche che Carlo Cracco in confronto c'ha quelli di plastica Dacca che si aprono a metà al primo colpo di coltello; dal canto mio amo ricambiare le offerte del photo food sharing - che in inglese fa tanto figo e international, ma vuol dire solo condivisione di foto di roba da mangiare - inviando le mie parmigiane di melanzane e pesce spada e i miei tortini al cioccolato preferiti nei dintorni, e di cui vi parlerò meglio in futuro. Ovviamente non fatti da me, che mi limito comunque al risotto Star. Con o senza Instagram.

Comunque, quando ho chiesto a Monica il perchè di in fiore, oltre all'ovvio richiamo alla Sagra folkloristica e alla bella stagione incipiente, m'ha detto che sperano che da questo momento - storico, sociale, agitato - possa fiorire una nuova primavera per Agrigento, rimasta coperta da foglie secche e brutti rami troppo a lungo. Spera che l'Instawalk sia un modo efficace di condividere con la community la nostra tradizione e le nostre innegabili bellezze.

Io sono d'accordo e credo che mostrare la variegata quantità - e qualità - di elementi che compongono il complesso quadro urbanistico, passato e presente, dei nostri luoghi, possa servir da monito ad una ripresa. Un po' come tirar su il tappeto sotto il quale s'è nascosta la polvere molto a lungo, e una volta presa coscienza che la polvere ci sta, ripulire bene con la scopa di lana antistatica con cui mia madre mi obbliga a raccogliere i coniglietti da sotto il letto.

Ridare voce ad un circolo di imprenditorialità giovane, che tanto sta facendo per ripopolare le nostre piccole città, è ciò che va raccontato parallelamente a dei luoghi che il cittadino - nel suo piccolo - ha il preciso dovere morale di custodire e promuovere al meglio, con gli strumenti a sua disposizione e con tutta la meridionale energia che sempre ci accompagna.

Quindi vi invito tutti ad esserci, cellulari alla mano, caffettino e si va. Prima tappa: Agrigento. Non saremo Cartier Bresson, ma in qualche modo la cuntamu.

giovedì 5 febbraio 2015

#agrigentomanifesta - La lettera di Erika Gallo Carrabba

Agrigento è la città che m'ha accolto appena quattordicenne, fra le braccia di un ginnasio dislocato in una contrada di periferia. Quando facevamo luna a scuola, e dovevamo raggiungere il centro, il Viale della Vittoria, per fare colazione nei bar fighi di cui eravamo sprovvisti in periferia, ci toccava fare l'autostop, rischiando di salire sull'auto del Charles Manson di turno, chissà quante volte. In quella città ho i primi e più bei ricordi della mia adolescenza, i primi amori a Villa Bonfiglio, tutti i miei compagni di scuola, la Via Atenea, le scalinate, l'odore di panelle alle nove del mattino, gli infiniti autobus che ci riportavano in paese, la Sagra e le esposizioni fotografiche, Palazzo dei Filippini, e le fughe a ricreazione per raggiungere la mia libreria del cuore e spendere la paghetta di una settimana seguendo i consigli di Amedeo. La Città per me è stata l'opportunità di accedere ad un fermento di eventi e scambi di idee, una cultura che il paese m'avrebbe negato, perchè, sebbene disti pochi chilometri, la mentalità - adesso quasi omogenea fra le due realtà urbane - dieci anni fa, faceva la differenza. Con tutti i problemi strutturali ed interni che Agrigento già presentava, scegliere di alzarmi alle sei e trenta tutte le mattine per raggiungerla e andare a scuola, ha fatto la differenza. Ecco perchè occupa un posto grande e particolare, tutto suo, nel mio cuore, per questo ho scelto di raccontare qui cosa sta succedendo in questi giorni. Con parole non mie, ma di chi sta vivendo questo Febbraio arrabbiato da lì, dalla Città dei Templi.

In questi giorni s'è parlato di Agrigento, non proprio bene, in tv. Si è raccontato di un gruppo di persone che amministra, lo fa male, per farlo male si è riunito spessissimo, e per ogni riunione ha preso dei soldi, che moltiplicati per spessissimo fanno tantissimo. I soldi erano degli Agrigentini, che speravano si utilizzassero per cose utili e buone, migliorative per il capoluogo, ma così non è stato e a loro - giustamente - la situazione, non è piaciuta. E hanno fatto casino, prima sul web, raccontandosi la rabbia su un gruppo di Facebook nato appositamente, #Agrigentomanifesta, e poi in strada, con un corteo. A questo punto vorrei citare un pezzo di un amico ch'è un bravo giornalista, Dario Piparo, il quale ha raccontato, essendo stato presente, la manifestazione del 3 febbraio: <<L'hashtag dell'iniziativa toglie il cancelletto, dalla tastiera si trasforma in slogan, prende vita nella voce metallica del megafono e rimbalza sulla folla: “Noi siamo altro”.[...] Agrigento oggi  si sveglia con un'altra consapevolezza. Probabilmente quella che da oggi forse niente sarà più come prima, certamente quella di poter fare qualcosa in più rispetto all'indignazione. Perché siamo in democrazia e il Comune è come un quadro, un dipinto sgradevole e malfunzionante. In quella folla, invece, ci sono i pittori. Pittori colpevoli di quella bruttura, ma con in mano un pennello – o una matita – da utilizzare a maggio, quando si tornerà alle urne. E questa volta, il dipinto, potrà migliorare. Insomma, servirà l'ispirazione, ma le premesse sembrano incoraggianti.>>
La protesta dunque, prima di scendere in strada, si muove su internet. Sui social ho letto moltissimi pareri di giovani e meno giovani; in moltissimi hanno difeso con grande verve i diritti dei cittadini, in particolare m'hanno colpito le parole di due amici: Erika e Alessandro. Oggi parlerò solo della prima, in attesa della voce del secondo. L'ho chiamata e le ho chiesto di raccontarmi i suoi sentimenti in merito, con l'energia comunicativa che la contraddistingue. Le ho dato un microfono ideale per urlare il suo pensiero. M'ha scritto una lettera, mentre era su un volo che la riportava nella città dove vive per studiare, Firenze, e qui la riporto come lei l'ha scritta, con tutte le maiuscole e i punti esclamativi al loro posto, altrimenti non renderebbe l'idea nello stesso modo.

Agrigento è la MIA terra! La MIA casa! La MIA mamma, il MIO papà, fratelli e sorelle, e mi piange il cuore a vederla pian piano colare a picco, proprio come il Titanic (cit. studente manifestante) così, solo perchè chi ha avuto la presunzione di rappresentarci, non è stato capace di farlo come meglio, Agrigento, avrebbe meritato! Io sono una studentessa fuori sede, e quando dico la parola "fuori sede" , aggiungo quasi sempre dopo un "per fortuna", seguito precipitosamente e precisamente da un "...o PURTROPPO!", che a quel "per fortuna" neanche lo vede! Quando giro per le strade di Firenze, mi guardo intorno. Una realtà a misura d'uomo, pulita, organizzata, ma non troppo (perchè non me ne vogliate, ma quando mia nonna dice "ognunu sapi quantu l'avi", ha una gran ragione!), "culla della cultura, dell'arte e della lingua italiana", monumenti maestosi, poeti, pittori, scultori...e chi più ne ha più ne metta...e TURISTI. Milioni di turisti, caterve di turisti provenienti da tutto il mondo. Turisti che rischiano di causare l'estinzione del fiorentino doc! Turisti sopra ogni cosa. Ecco, quando io cammino e percorro quelle strade io penso a Girgenti. Penso: cos'ha in meno la mia Girgenti? Firenze ha un GRAN DUOMO, Agrigento anche ma cade a pezzi, Firenze ha infiniti musei, Agrigento ne avrà di  meno di un numero infinito, ed anche se dentro non vi si troverà il David di Michelangelo, ahimè, vi si troveranno le nostre ORIGINI (quelle che spesso, purtroppo, dimentichiamo). A Firenze nacque Dante, a Girgenti Pirandello. A Firenze scorre un cazzo di fiume, ad Agrigento scorre un immenso Mediterraneo che Firenze se lo sogna, ragazzi! I Templi. Quella Valle incantata che fa innamorare tutti, eccetto noi, porcaccia di quella porcaccia! Potrei continuare a non finire, ma il mio obiettivo non è quello di paragonare la mia terra con un'altra, no! Se l'ho fatto (fino ad adesso) è solo per farvi capire che se vogliamo, anche noi possiamo! Agrigento può! Agrigento da ultima città in classifica, può scalare questa vetta! Perchè non dovrebbe? Perchè? Che limiti ha? Ebbene, NOI siamo il nostro stesso limite. Noi, quando entriamo in quel triste separé di compensato brutto e riciclato di tavole buttate così all'agnuni come si suole dire in francese dalle nostre parti, utilizzate - almeno così dovrebbe essere - per preservare la nostra privacy, stiamo per sottolineare ancora di più il nostro limite più grande. Smettiamola di dar fiducia a chi fa promesse da marinaio, smettiamola di prendercela con loro come se fossero caduti dal cielo per prendersi gioco di noi e derubarci, li abbiamo votati NOI, mentre loro mangiano a sbafo a spese nostre, smettiamola di buttare le carte per terra, di creare tappeti di bottiglie di vetro, smettiamola di provare invidia, di essere omertosi, lecca culo, bugiardi e corrotti, perchè se veramente questo siamo, allora credo fermamente che è proprio questo quello che meritiamo, ma siccome invece credo fermantissimamente che Agrigento sia ben altro, svegliamoci cazzo! Diamo davvero una svolta a questa terra meravigliosa e un calcio nel culo a chi per anni per il culo ci ha preso! Prima di pensare al futuro, miglioriamo, cambiamo il nostro presente, perchè è questo ed è marcio! Ad Agrigento urgono SERVIZI, PALAZZI, STRADE NUOVE, LAVORI IN CORSO PER PALAZZI CHE CROLLANO, PER SCUOLE CHE CADONO  PEZZI, PER MURI CHE SI SGRETOLANO, oppure aspettiamo che ne crollino ancora meravigliandoci poi dell tragedia che potrebbe accadere? Ad Agrigento NON DEVE CHIUDERE L'UNIVERSITA' perchè è un nostro diritto! Finiamola di lamentarci, e agiamo! Ma no a parole... Smettiamola di battere le mani in petto solo quando passa San Calò! Le mani sulla coscienza sbattiamole ORA. Mi fermo qua perchè potrei non smettere più e se non lo faccio subito rischio una perforazione dello stomaco immediata, però concludo dicendo che ieri alla manifestazione ero lì, presente col cuore, e di cuori sinceri, ieri ne ho visti tanti! Mi auguro con tutto il cuore che non smettano mai di pulsare così, per un Amore incondizionato e inspiegabile e grande, che altro non deve che essere salvato, nutrito e risollevato! Perciò che la smettessero, chi non c'era, di criticare e dire cose infondate, perchè a volte, prima di parlare bisognerebbe essere come san Tommaso: SE NON VEDO, NON CREDO!
Ritornando al paragone con Firenze, una cosa però ve la devo dire: U
Erika Gallo Carrabba, Agrigentina
FIAVURU, U SULI E U CORI C'AVEMU NANDRI, FIRENZE, ROMA, MILANO E CHISSA' QUANTE ALTRE CITTA', UNNU PONNU SENTIRI MANCU SI CI FA 'NA GRAZIA SAN CALO'!

E per stavolta non traduco, non renderebbe.
 


martedì 20 gennaio 2015

Tesi ottimista su tesi disperata.

Questo blog non segue mai una cadenza ciclica e riprende a vivere solo quando c'è qualcosa che valga la pena d'essere raccontata.
E' un periodo abbastanza statico, ma due mesi di stasi per un blog sono un ottimo motivo per riaprirlo e scrivere. Non dimenticarlo. Adesso sono alle prese con la mia tesi, nella fase in cui leggo, non capisco, rileggo e fisso una pagina bianca che ogni giorno - non si sa come - è sempre più vuota del giorno prima, ch'era già comunque vuota.

Quando mi chiedono su cosa sto scrivendo la tesi vivo un mix di imbarazzi. E comincio a farfugliare qualcosa che suona tipo ehm, di letteratura francese...è praticamente un...un percorso sulla letteratura per bambini, in particolare un autore...Henri Bosco.
Nella migliore delle ipotesi mi sono sentita chiedere se, per caso, questo Henri Bosco - che per la nota presunzione linguistica dei Francesi diventa Boscò - non abbia effettivamente origini favaresi. E per quanto mi riguarda potrebbe addirittura averne, senza che la questione accenda in me una scintilla di luminosa curiosità, tipica di chi crede di avere molto talento da mettere a frutto.

La verità è che questo tipo non lo conoscevo neanch'io, ma quando sono arrivata dalla mia relatrice con l'idea di parlare di storie di bimbi, lei se ne uscì con questo nome che, non a caso, parla di volpi, serpenti, fiori e bambini. Perfetto, ho pensato, uscendo dalla stanza di ricevimento, un lunedì di qualche mese fa. Sarà facile scrivere di questo Boscò, una volta che parla di volpi, serpenti, fiori e bambini. E invece no, non è facile per niente.

Un lunedì di qualche mese fa, quello in cui andai a chiedere la tesi, fu una giornata paradossale ma indicativa della mia vita del momento. Lavoravo in parrucchieria e ci capitò una giornata di aggiornamento su come si usa una piastra per fare le onde ai capelli. Era richiesta anche la presenza di figure come la mia, altamente specializzate nell'auto-bruciatura delle punte tramite passaggio di piastra per capelli. Così andai con le ragazze. Almeno impari a pettinarti, mi dissi. Il raduno di hair stylist armati di styler calde calde e pronte a scaldare e modellare ciocca dopo ciocca, si teneva in un grande hotel a due passi dall'aeroporto di Catania, molte fermate prima della mia università. Lasciai le ragazze per andare all'incontro con la relatrice, tornai dopo tre ore.

Davanti le stanze dei prof, s'incontrano sempre i colleghi più improbabili. Quel giorno beccai la tipica collega di Lettere, coi capelli legati in una coda di cavallo stretta nell'improbabile rosa di un elastico slabbrato, in attesa di essere ricevuta col suo malloppo di carte e cartelle scritte a penna blu. Il fastidio causatomi dalle penne blu è comparabile solo al vedere la gente che si mangia le pellicine dalle dita e poi le sputa, e dai fumatori che pur di avere cinque minuti del loro maledetto ossigeno li vedi fuori dalle pizzerie il sabato sera, come una schiera di cretini stretti nei loro cappotti o sotto un fungo calorifero, tutti chiusi nelle spalle, sofferenti e congelati. Ma quando parlo così di loro, s'infiammano d'orgoglio e mi rispondono che non fumando, io non posso assolutamente capire. E non posso capire. La collega di cui sopra non era predisposta alla conversazione amichevole, si vedeva ch'era là, stremata da non capisco quale ansia accademica al punto di non potersi lavare i capelli nè depilare i baffetti, e non vedeva l'ora di farla finita con quel via vai dalle aule dei Benedettini. Io dovetti stoppare la mia logorrea con un pacchetto di Ritz fatti scivolare da un distributore automatico. Seguì un'intera bottiglietta d'acqua naturale San Pellegrino che stimolò improrogabilmente la mia diuresi, proprio quando toccava a me. Andai a pisciare e poi entrai.

Uscii dal mio primo incontro-tesi, con l'entusiasmo di una matricola alla sua prima lezione di teoria della letteratura, convinta che la prof d'italiano del liceo sarebbe tanto fiera di vederla così accademicamente ben inserita in un contesto di conoscenze e spiegazioni affascinanti, superiori, altissime. La matricola, si renderà poi conto di molte cose che contrastano l'entusiasmo da prima lezione, primo appuntamento, primo incontro-tesi e primo colloquio di lavoro (se mai ce ne sarà uno vero).
Ma in questo blog, si cerca l'ottimismo per cui sarà meglio pacare quest'insolito tono decadentista, non interpreterò come un segnale negativo il fatto che l'iniziale verve che mi ha spinto ad acquistare cinque romanzi di Bosco su Ebay,fr , ricevuti in brevissimo tempo par avion, vive uno stallo sostanzioso. Così tanto sostanzioso, da scriverci sopra un intero post sulle deficienze creative di una studentessa fuori corso e fuori corsa.

Se solo riuscissi a capire sul serio cosa voglio fare da grande, sarebbe già un ottimo passo. E invece sono qui a raccontare di come risalii sul bus urbano e raggiunsi le mie amiche al meeting di Ghd, e dopo un caffè costatomi due euro e venti alla hall, cercai almeno di capire la simmetria delle onde sui capelli di una modella non molto più alta di me. E insomma, in fin dei conti non è poi così complicato. Basta avere la mano ferma, un bel movimento deciso e lasciare scorrere il capello - senza tirarlo, senza strapparlo - fra le due placchette riscaldate, divenute ormai d'uso comune nelle case degl'Italiani. Senza fretta, con amore, per una buona riuscita.

Volevo fare la scrittrice, e sono finita a far la pettinatrice di romanzi francesi, che comunque non capisco, e che comunque mi toccherà capire. Senza fretta, con amore, per una buona riuscita.

martedì 25 novembre 2014

L'amore è uomo, la forza è donna.

Negli anni passati, quando ho scritto di quest'argomento, delicato e fragile come una bolla di sapone, sono spesso incappata in errori, di cui oggi mi pento.
La mia crociata è sempre stata dettata da principi che, in parte, ancora adesso abbraccio ma modificati da un senso profondo di vicinanza alle donne che subiscono violenza da parte degli uomini. Forse perchè mi sento più donna anch'io, ed è mio dovere non fermarmi più allo strato semplicistico che mi portava a dire: ti picchia? ribellati!, ti tratta male? fai qualcosa.
Lasciando così ricadere la responsabilità sulle donne stesse, di continuare a sottacere i delitti, invece di parlarne e urlarli a gran voce.
Adesso, che so cos'è l'amore, so che non è così semplice.

L'amore è un sentimento sfaccettato e con effetti infiniti sulla psiche e sul carattere delle persone: lo modifica, lo adatta, lo rende flessibile e ti fa sviluppare quell'istinto di protezione infinito che non vede nulla. Se ami il tuo partner, lo difenderai anche se ti fa del male, giustificandone la condotta violenta, sperando che cambi, vedendo inesistenti segnali di cambiamento, fino a giungere all'auto-convinzione che ma sì, non è così grave, sono sicura che non ricapiterà. E poi ricapita sempre.

Quando avevo quattro anni circa, venne ad abitare sul mio pianerottolo una coppia di sposi giovani. Bussarono alla nostra porta per presentarsi. Ricordo solo quanto lei fosse fresca e bella, di lui mi rimane solo il ricordo di un energumeno, credo amplificato dalle mie dimensioni del tempo e dall'alone di disagio che lasciò nel mio cuore di bambina. Tra gli scambi di sale ch'era finito, le cipolle e qualche biscotto fatto in casa, passati da balcone a balcone, con la coppia credo nacque quella specie di amicizia tra inquilini dello stesso palazzo, cortese ma non confidenziale.
La pace finì presto, e le urla non tardarono ad arrivare. Ogni giorno, dopo pranzo, una lite. Quando  papà tornava dal lavoro, pranzavamo e poi guardavamo la tv sul divano. C'era un programma di Alda D'Eusanio in cui la gente litigava, mamme e figli, fidanzati, migliori amici, trombamici, coppie di fatto, e poi andavano a fare pace da lei. Era il nostro rituale: bastoncini Findus e poi sul divano a guardare la D'Eusanio. Poi un giorno la routine cominciò ad essere interrotta dalle loro urla, sempre più forti, sempre più orribili. Ricordo che fu allora che sperimentai per la prima volta il mal di pancia della paura, quello che ti fa sentire il pericolo e ti fa attaccare alla gamba della mamma. Le pareti sottili che mi separavano dalla coppia, ahimè, mi facevano sentire ogni parola. Ogni schifo di parola. Finchè un giorno lei, non venne a bussare alla nostra porta, Aveva il pallore della morte. E tremava, stremata dall'ennesima furibonda guerra. Credo di averle fatto qualche carezza, o avrei tanto desiderato fargliela. Ricordo che mia madre la calmò, poi venne lui, calmò pure lui e dopo un po' tornarono a casa loro. La scena si ripetè per molti molti giorni. Perdemmo molte puntate di Alda D'Eusanio, e il mio mal di pancia si trasformò in una cosa enorme per una bimba: io avevo paura per lei, che le facesse del male, anche se ogni volta li vedevo andar via vestiti di un'apparente serenità. Lui dopo aver sbottato, veniva a riprendersela, e li vedevo sparire dall'arco del mio ingresso, come un gigante e una bambina. Una volta, dopo averli rattoppati per la centesima volta, come calzini logorati, mia madre mi parlò come se fossi già grande, già donna, e mi disse bello chiaro e limpido: questo non è amore. Se un giorno qualcuno dovesse trattarti così, io l'affucassi chi me manu! (ndr, lo strozzerei con le mie mani). Dopo qualche mese cambiarono casa, lasciando nell'appartamento attiguo al mio lo spettro del loro non amore e i fantasmi fluttuanti delle loro urla pomeridiane. Quando se ne andarono vennero a salutarci, lei era molto più magra rispetto a quando si erano trasferiti, e cercava di mascherare con un sorriso due occhi irrimediabilmente spenti. Sospirai, buttando un piccolo respiro di sollievo fuori dai miei piccoli polmoni: non dovevo più fare i conti col mal di pancia della paura ogni giorno dopo pranzo. Se n'erano andati e per tutti gli anni a venire io li ho rimossi.

Sono tornati ieri notte, quando pensando a questo post, qualcosa dal fondo delle mie viscere è risalito in superficie. Le urla della ragazza, la faccia pallida, ma l'amore. L'amore ad ogni costo, che ti fa sorridere anche per finta, facendoti auto-convincere che sì, davvero non è successo niente. Di lei non seppi più nulla, e senza troppe ipocrisie, spero abbiano divorziato. Solo stanotte, ripensando a loro, ho cambiato la mia visione precedente: non era affatto colpa sua. La sua unica colpa era quella d'amarlo troppo e di credere che le cose sarebbero cambiate. Anche se non cambiavano mai.
Per questo stesso pensiero, migliaia di donne hanno perso la vita. Migliaia di mamme sono state uccise davanti agli occhi dei loro bambini. Migliaia di madri hanno dovuto piangere figlie troppo giovani, morte per la follia di un uomo.

Non so perchè un uomo possa farlo, e come possa farlo. Allora stamattina ho chiesto a Gabriele, ch'è uomo, cosa pensa di un uomo che fa del male - non solo fisico - alla sua donna.
Penso che è una merda. Sono frustrati dentro che non sanno stare al mondo.
E io non posso che essere d'accordo con lui. Ma oggi non è la giornata per parlar male degli uomini, perchè un delitto non è determinato da cosa si ha fra le gambe, quanto da ciò che si ha dentro la scatola cranica. Non voglio fare una lotta di genere, non voglio dire che gli uomini sono dei mostri e le donne le loro vittime, e può anche capitare che un uomo sia vittima di violenza da parte di una donna, non voglio farne una questione di genere, ma di umanità.

Oggi voglio solo parlare di un fenomeno ingiusto, ed è giusto che si faccia, uno due trecento giorni all'anno, è giusto parlare da donne a donne, dire che noi ci siamo e sappiamo che è innegabile il fatto che una donna ami diversamente rispetto ad un uomo. Non di più, non di meno, ma in maniera diversa. Ecco perchè lo protegge anche se è vittima di sue violenze.

Ragazze, so che l'argomento è scivoloso e basta una parola per sbagliare tutto, ma oggi non ho più paura di parlarne, non ho paura di sbagliare perchè scrivo col cuore. Un uomo che esercita la sua forza fisica sulla tenerezza delle vostre carni, ha un problema, ma non siete voi a doverlo salvare. Un uomo che vi tradisce o che vi proibisca di vivere i vostri spazi, i vostri interessi, che intralci la vostra realizzazione personale, non vi ama. E non c'è spiegazione, alternativa, giustificazione: non c'è amore. La più grande violenza che un uomo possa farvi è privarvi della vostra serenità, ma noi donne abbiamo lottato una vita per ottenerla. Non sono femminista, non sono sessista, ma alle donne riconosco una forza diversa, una forza più forte.
Se una relazione traballa, se si trascina per anni ad alti e bassi, se lui sparisce e poi ritorna, se il vostro proverbiale sesto senso femminile vi sta dicendo qualcosa: ascoltatelo. I pugni sul cuore, talvolta, sono anche peggiori di quelli sul corpo, non accanitevi nel dover conquistare per forza un uomo che non vi renderà mai felici e non vi lascerà godere dei vostri figli. E se lui, una volta, per sbaglio, v'ha mollato un ceffone, purtroppo troppo spesso non è il primo e l'ultimo. Gli unici lividi che dovrete consentire ad un uomo di farvi, dovranno essere d'amore, di armonia tra i corpi, di fusione totale. Non perdonate, non consentite, non curatelo ammalandovi. Donne, amatevi, perchè il mondo è pieno - la fuori - di uomini che useranno le mani per farvi sorprese, regali, carezze d'amore vero.

Un uomo che ama non vi farà mai conoscere la paura.

sabato 15 novembre 2014

Cara Penelope, l'orgoglio curvy non esiste.

E non esiste perchè troppe volte è solo un alibi per non ammettere che non si ha voglia di far qualcosa per mettersi in forma.
Sono impopolare e in controtendenza coi coraggiosi inni alla rotondità che circolano negli ultimi tempi, che sia io poi a scrivere questo, dal largo dei miei settantatrè chili per un metro e sessantasei d'altezza, appare quasi un paradosso. Però è così che la penso.

L'orgoglio curvy, se da un lato è un effettivo urlo di bellezza infinita e bombastica che smantella lo stereotipo della passerella e frulla ogni briciola di tendenza ad un rapporto non sereno col cibo che sfoci in patologie gravi, dall'altro legittima molte donne ad un atteggiamento di lassismo verso il proprio stato di salute. Perchè per intenderci, avere dieci chili di troppo può pure andar bene, ma travestire l'obesità da orgoglio curvy è altamente dannoso, e molte donne ahimè lo fanno. Io sono stata una di loro: ma sì, io mi piaccio, sto bene con me stessa, e sono orgogliosa di essere una donna in carne. E così via discorrendo, con una serie infinita di auto-persuasioni che mi dessero a pieno diritto l'opportunità di non incastonarmi le chiappe su un sellino di cyclette per buttar giù i quasi cento chili che sballonzolavano sotto il mio mento e sulla panza. E sì, una cosa è un po' di pancetta - che all'uomo piace pure e ci sta - e un conto è la panza, e sfido tutte le orgogliose donne di questo mondo a dirmi che la panza che straborda dai jeans a più riprese e più strati è bella.

Senza contare poi che non ci bastavano il premestruo, il mestruo, il tacco dodici, la ceretta all'inguine sopracciglie, baffetti, disfunzioni ormonali che sfogano in montarozzi rossi sul naso il sabato sera, aspettare che sia lui a fare il primo passo, la pillola, le Spice Girls, l'assorbente interno, le gravidanze extrauterine, i lavori sottopagati, le pulizie e tutte le rogne che la donna moderna emancipata cerca di negare con altrettanto orgoglio femminino, ma che pure fa con costanza, non ci bastavano. Ci voleva pure quell'ombra impari e per niente unisex, racchiusa dal concetto di antiestetico. Tutto ciò che all'uomo conferisce fascino e gli dà più carisma e sintomatico mistero, per la donna è antiestetico.
La panza per la donna, è innegabile, è antiestetica. E questo non ce l'ha imposto l'immaginario collettivo odierno che vuole la donna ossuta, no. Questo lo impone quella cosa meravigliosa che si chiama benessere, e amore per la propria salute, e se una donna passa i tre quarti della propria vita imburrandosi il naso di pietanze sugose e unte, strafogandosi di panzerotti e tracannando bibitoni, va incontro a patologie letali esattamente quanto l'anoressia e la bulimia, riparandosi dietro lo scudo dell'ormai abusato aggettivo curvy e portando avanti una crociata del tutto travisata e insana. L'altro giorno, guardando un talent show inglese alla tv, ho visto l'esibizione di una ragazza dal bellissimo viso tondeggiante, lineamenti morbidi, ed un corpo eccessivamente grasso strizzato in un body con delle stringhe laterali che la facevano somigliare ad un cotechino incordato e pronto ad essere condito con una zuppa di lenticchie a Capodanno. La ragazza si è esibita in una lap dance con una leggiadria da fare invidia a Carla Fracci, un'armonia dei movimenti ed un'agilità estrema che comunicava sacrificio ed impegno, e tanto tanto allenamento nella disciplina del palo. Un'esibizione unica per talento e spettacolo, però sarebbe quantomeno ipocrita negare che se la ragazza avesse avuto qualche chilo in meno o avesse scelto un outfit diverso, la performance avrebbe avuto un valore diverso. Così stando le cose ha solo comunicato: si può essere bravissimi pur avendo un corpo fuori forma e, in buona sostanza, non in salute. Questo non va bene, oltre ad essere totalmente privo di buongusto.
Orgogliosa sia la donna che sa vestire la sua 46 con un abbigliamento che valorizzi le sue forme e non mortifichi la bellezza con leggins e minigonne che vabbè tu ti vedi bene ma non mi pare ti stia amando se denudi la coscia o il decolletè tremolante dallo scollo a V oltremodo profondo.
Sarebbe giusto spiegare alle nostre bimbe che un pancake con la Nutella la domenica mattina fa più che bene, ma anche le verdure non sono mica uno schifo. Si dovrebbero condurre le generazioni ad una scelta del tutto naturale di ciò che va mangiato, con un approccio non ossessivo alle forme del corpo, che sia esso magro o grasso, semplicemente non dovrebbero affatto porsi il problema. Dovrebbero godere del buon cibo, con consapevolezza, e non ingozzarsi per noia o digiunare per essere più belle, dovrebbero star serene, e se continuiamo loro a propinare orgogli grassi e magri a destra e manca non otterremo mai un'attenzione ai sentimenti reali e all'intelletto, che è ciò che veramente conta.

Quello che dovremmo insegnare alle nostre bambine è che una donna sana è una donna bella, che mangiare hamburger e patatine di tanto in tanto va benissimo ma è giusto e bello muoversi, fare sport, viversi il proprio corpo ed esplorarlo al meglio, che la dieta non vuol dire far la fame ma mangiare correttamente , e che prima o poi, quando c'hai troppi chili di troppo, la commessa stronza che ti risponde che quella gonna della tua taglia non esiste - non che non c'é, ma proprio che non esiste - la becchi sempre,e pure il compagno di scuola che deve compensare le scarse dimensioni del suo pene chiamandoti balena, anche. E queste sono ferite che nessun dietologo e nessuna parata d'autocompiacimento, potranno mai cancellare.
Non va confusa una bella quinta di reggiseno e una linea armoniosa, materna, che rende la donna femmena, con un colesterolo da fare invidia a dieci panetti di burro.

In conclusione, l'essere umano avrebbe così tante doti da portare in piazza e da rivendicare tra le folle, quali la propria affermazione, l'amore, i successi professionali, la sensibilità, che davvero un aspetto meramente corporeo ostentato, li fa passare erroneamente in secondo piano. E uomini, no, non fatevene una colpa, a voi piace farci l'amore in tutti i modi e quando amate davvero non v'importa che il sedere crolla e dopo il parto abbiamo le smagliature fin sul naso: voi ci amate e basta. Cosa che dimentichiamo con la facilità di un panino con la mortazza.
Che, per la cronaca, è bono assai.

martedì 4 novembre 2014

La vera storia dei miei biscotti Matteo Renzi.

Ogni donna ha un suo metodo per sconfiggere lo stress.
C'è chi ricorre alla palestra, all'alcolismo, alla promiscuità, alla scrittura e così via discorrendo con le più disparate attività che richiedano un contemporaneo impiego di facoltà manuali e mentali, che facciano dimenticare ciò che cerchiamo costantemente di scordare e cioè: lo scazzo.
Io ho scelto di fare i dolci, o meglio: imparare a fare i dolci. E come tutte le cose che si imparano, quindi che non si sanno già fare, i miei tentativi non hanno prodotto nient'altro che sgorbi più duri e neri della lava solida alle pendici dell'Etna. Non lo so perchè.

Due anni fa, quando vivevo ancora a Catania, co-conducevo un programma di letteratura alla radio. Un'esperienza abortiva, non per la radio, non per il programma, quanto per una totale e schietta antipatia con la conduttrice capo del programma. Reciproca, cose giuste. Una tale che alla fine decise di buttarmi fuori dicendomi papale papale che non ero cosa. Probabilmente non ero cosa per davvero, e le mie vocali aggriggendine arrivavano esageratamente dilatate al suo fine udire, O magari aveva ragione lei: non ero portata per la radio, per il lavoro in team e per accollarmi i suoi malumori.
Insomma, l'interrogativo me lo porto dentro ancora dopo due anni e passa, ma credo che non saprò mai cos'è che non le piacesse di me per davvero. Perchè racconto questa storia?
Dunque, una volta a settimana, la mia collega Federica ed io facevamo una diretta da una nota libreria in via Umberto. Bella, a due piani, e dalla balconata del piano superiore - ammobiliata con sedie e tavolini da caffè - mandavamo in onda le hit letterarie del momento, con tanto di interviste agli acquirenti di turno. La balconata, oltre che da sedie e tavolini da caffè, era - naturalmente - strapiena di scaffali di libri, e una sera da uno scaffale sentii il richiamo libidinoso di una scatolina di metallo stampata a colori. Pasticcini ripieni di marmellata, stelline burrose di Natale e praline di cioccolato ornavano il suo esterno metallico, mentre una pila di piccole ricette farciva il suo interno. 150 ricette per ogni occasione. Doveva essere mio, golosa come sono, i dolci li avrei mangiati perfino in cartaceo.

La scatolina è rimasta chiusa insieme ai miei ricordi di quel periodo, dentro il cassetto che raccoglie i rimasugli di sette traslochi. E adesso, che sono sotto col penultimo esame e la benedetta tesi, non poteva che essere tirata fuori a stregua d'una copertina di Linus. 150 piccole ricette tirate fuori in un pomeriggio di pioggia, et voilà, i miei primi biscotti allo schifo hanno visto la luce.
Il nome gli è stato attribuito da me stessa medesima, a causa dell'indefinibile sapore: aroma chiarissimo di fallimento, con retrogusto di disfatta e qualche scorza d'incapacità culinaria. Oggi, volevo chiaramente perdere un'ora prima di sedermi alla mia trista e fredda scrivania, e ho impastato da capo. Cose con cose, su cose, aggiunte a cose, sbattute e frullate con cose, per ottenere così un composto di cose d'inaudita bellezza. Una manciata di scaglie di cioccolato fondente ha contribuito a conferire un aspetto quantomeno credibile alla mia (non) opera dolciaria. I quaranta minuti ad attendere che quei cerchi bicolore assumessero le fattezze del biscotto, sono stati infiniti. In cucina, da sola, ho tenuto il naso appiccicato al vetro del forno per tutta la durata della cottura, al punto da prendere le reali sembianze di Rudolf, la renna di Babbo Natale. Un'esplosione d'odore, lapilli di fragranze e abbracci di colore hanno invaso la stanza, fino al momento del tin! finale del forno che ha decretato la fine del tanto sofferto tempo di cottura. Li tiro fuori, aspetto che si raffreddino e li stacco dalla teglia. Aspetto ancora e un altro po' ancora, assaggio il primo che mi capita a tiro, quello che sembra il migliore. Il responso è meno tragico delle altre volte, almeno oggi non mi sono scheggiata nessun incisivo e la pasta all'interno non era cruda e molle come alga da sushi.

Prestando attenzione però, a quello schieramento militare di pasticcini, trionfo di burro e zucchero fino all'obiettivo sdegno,  una cosa salta all'occhio; le gocce di cioccolato fondente gettati nell'impasto in fase di preparazione, sembrano ora tanti piccoli nei su visi tondeggianti e oltremodo sorridenti. Il segnale è chiaro, triste, e sembra volermi comunicare che nonostante tanta buona intenzione e un'apparente riuscita papillare, nei miei biscotti c'è ancora qualcosa che non va: somigliano a Matteo Renzi. E allora aguzzo quella manciata di decimi che signorina Miopia m'ha lasciato in comodato d'uso ed ecco, vedo bene, sono proprio lui, con la sua espressione molle molle, e fumando di calore mi promettono, dal basso della teglia imburrata, riforme e una vita migliore. Li ripongo in una scatola, li tappo col gran tappo Tupperware e ritorno ai miei libri.
Potevano essere dei buoni biscotti, e adesso valgono solo ottanta euro.